Non aveva punto deplorato il veto opposto alla buona volontà di Speroni e C.i di tenerlo allegro durante la sua malattia. Le poche visite di quella lieta brigata gli avevano lasciata una testa tanto fatta. Ma paventava ancor più le visite che ogni tanto si credeva in dovere di fargli la sua padrona di casa, una vecchia pinzocchera, che voleva guarirlo a modo suo, facendogli fare una novena a S. Bobi, e consigliandogli perennemente i rimedi del dottor Pagliano.
Serristano veniva ogni tanto a vederlo e le sue visite liete e confortanti erano care a Roberto. Anche il medico curante era un simpatico giovane, che sapeva il fatto suo e aveva presa grande simpatia per lui; ma aveva una clientela estesissima, non poteva fermarsi da lui che il tempo strettamente necessario e a Roberto le giornate, come le notti, parevano eterne. Non era stato mai malato fuori di casa, e, ricordando in quali condizioni si era altre volte presentato un tal caso, quante e quali cure gli avessero prodigate in famiglia la madre, i nonni, i dipendenti; un confronto si presentava, triste, alla sua immaginazione, e una grande malinconia s'impossessava di lui, mentre cercava dissimularla agli altri e a sè stesso quanto poteva. Pensava con infinito desiderio alle sue allegre passeggiate, ai lieti ritrovi fiorentini, ma più ancora al salotto della Contessa. Nella sua solitudine e nell'eccitamento della febbre, pensava molto anche a lei. Non avrebbe certo osato chiederle di venire, ma quando vide accostarsi al suo letto quella persona sì elegante e sì gentile, quando vide chinato maternamente sul suo quel volto un po' sbattuto dalle passate angosce, ma pur così dolce a vedersi, nella sollecitudine e nella tenera pietà dello sguardo, quando sentì posarsi sulla fronte greve ed accaldata quella mano morbida e fresca, dalla delicata epidermide, egli non la sgridò d'esser venuta. La ringraziò soltanto, baciandole la mano e si abbandonò come un figlio, col senso di una sicurezza, di un benessere al tutto nuovi in lui, alle cure di quella donna. Non pensò ad altro. Poi, lo sappiamo, pensare non era il suo forte.
***
La cosa fu presto organizzata e in questo modo:
La mattina per tempo Elisa gli mandava Andrea, il quale, ammesso nella camera di Roberto, stava a sua disposizione per due ore circa, assistendo alla prima visita del medico, tanto da poter fare il suo rapporto alla Contessa. Verso le tre, capitava ella stessa e alle quattro veniva il dottore per la seconda visita, ed ella conferiva con lui.
Poi il medico se ne andava ed ella prolungava la sua dimora per qualche po'.
Roberto amava specialmente quei momenti, in cui egli sentiva tanto benefica, tanto placatrice l'influenza di quella donna. Ella parlava poco, si muoveva pochissimo, non aveva nessuno di quei zeli incomodi, di quelle insistenze crucciose che esasperano talvolta i malati, ma senza ch'ella facesse gran che, tutto pareva farsi più facilmente e meglio da che c'era lei. La camera stessa, quell'uggiosa camera volgare, pareva avere acquistato un nuovo carattere. Ella aveva fatta qualche alterazione nell'ordine dei mobili e degli accessori, recato qualche ninnolo, distribuita meglio la luce, disposto nei vasi qualche fiore senza profumo. Le sue visite erano inesprimibilmente care a Roberto, avrebbe voluto che non cessassero mai. Ma ella se ne andava invariabilmente quando nella camera calavano le prime ombre della sera. Ed egli, col rammarico di vederla partire, pensava dolcemente al domani. I suoi pensieri di malato non erano più inquieti, erano pieni d'abbandono e di una vaga spensieratezza beata.
La sera veniva Serristano, ma neppur egli faceva tardi, e, uscendo dall'abitazione di Roberto, soleva per un istante recarsi da Elisa a darle un piccolo resoconto finale. Ovvero, lo faceva incontrandola in società dove la Contessa doveva pure qualche volta fare un po' di comparsa e dove udiva chiedere sempre con molto interessamento della salute di Roberto Rescuati.
Prima di coricarsi, scriveva a Tecla. Era molto stanca quando si coricava. E dopo aver fatto uno stretto esame di coscienza, prima di addormentarsi e pur già come in sogno, pensava anch'ella dolcemente: domani....
***