Il salotto era affollato e ad ogni istante capitavano nuove visite, che rendevano necessari spostamenti di gruppi e allargamenti di circoli. In mezzo alle ricchissime, ma semplici e scure acconciature da passeggio delle visitatrici, spiccava la stravagante e fantastica toilette d'intèrieur che Mrss Glengham si credeva in diritto di sfoggiare ai suoi ricevimenti di giorno. Era qualcosa di splendido e di grottesco ad un tempo e lo squisito taglio Vatteau di quella creazione di Worth faceva assolutamente a pugni colla tozza, enorme corpulenza della donna che l'indossava e che aveva creduto di completarne l'intonazione capricciosa colla innovazione d'un foulard alla creola, negligentemente stretto attorno alla propria zazzera ribelle, che si ostinava a proclamarsi nera, sotto una generosa tintura d'aurocrome. Ma tutti stavano serii davanti a quella stonatura stridente, e il coraggio civile di fargliene i complimenti non mancò a qualcuno. Ed ella era felicissima, contenta di sè e degli altri, gongolante per il novero straordinario delle tazze di thè che avevano in quel giorno irrorati i petti di tanti rappresentanti dell'high-life fiorentina.

A questa gradita sì, ma accaparrante occupazione, ella doveva pure ogni tanto frapporre qualche pausa di riposo; ed allora la sostituiva al tavolo da thè, qualche visitatrice di buona volontà e fra le signorine specialmente si spiegava un gaio zelo di aiuto. Così fu che Marina Negroni, vedendo a un dato momento un po' intralciato il servizio, si offrì a far circolare le tazze e cominciò col recarne di qua e di là, secondo l'occorrenza: cosa non molto facile con tutta quell'agglomerazione di gente e di mobili. Ma ella seppe destreggiarsi benissimo, e aveva quasi sbrigato il suo incarico, quando giunse presso un gruppo di signore e di giovanotti, in mezzo ai quali Neri Speroni narrava, come già l'aveva narrata tante volte in quel giorno, la sua famosa avventura del mattino.

Così n'ebbe piena contezza anche Marina Negroni, mentre aspettava, sorridendo, con una tazza di thè in una mano, con un adorabile bricchettino di Boemia, per la panna, nell'altra. E udì pure al centro del gruppo alzarsi la voce stridente di sua madre. Ella difendeva Elisa e canzonava Speroni.

— Mio caro, siete uno sciocco. Da quando in qua si dicono di queste cose? Può essere una cosa naturalissima. Rescuati è stato raccomandato a quella cara Elisa, e lei, che gli ha fatto sin qui da istitutrice, ora gli fa da infermiera. È nell'ordine.

— Ma come, come? — ribatteva energicamente Speroni, che per nulla al mondo avrebbe rinunziato a ciò che egli riteneva il valore intrinseco della sua novità — come interpretare altrimenti... E poi già, si sa, egli ci andava tutti i giorni sin da prima. Del duello, non si è mai potuto appurare la causa reale. E noi, che per tanto tempo abbiamo creduto... poveri gonzi!...

— Parlate per voi, — interruppe Ginevra, con una sì insolente e fina espressione di canzonatura che tutti si misero a ridere — e lasciate stare Elisa Serramonti, se vi piace. Sapete che non vi può vedere dipinto. Ovvero, provate a battervi e rovinarvi un braccio per vedere se Elisa viene a farvi da suora di carità. Ha tanto buon cuore, sapete!

La sortita della Duchessa ebbe un effetto di plauso e di risa che finì di annichilire il povero Speroni. Ma un altro effetto ebbe ancora. Che, pur difendendo generosamente la sua amica Elisa Serramonti, la duchessa d'Accorsi riuscì ad imprimere nell'animo de' suoi uditori l'impressione assoluta della realtà di ciò che egli, Speroni, aveva solo voluto insinuare.

Una delle signore componenti il gruppo si voltò, avvertendo qualcuno dietro di sè.

Era Marina colla sua tazza di thè, un po' oscillante, fra le mani, ma con un gentile sorriso d'invito.

— Con panna, nevvero, cara Sofia?