— Quando mi sono coricato nevicava, e adesso è primavera... — disse Roberto, con accento bizzarramente pensoso.

— Quasi...

Il giovane tacque, odorando il profumo delle viole. Poi chiese:

— Fuori fa freddo?

— No, affatto.

Erano accanto alla finestra. Egli s'alzò e l'aprì. Era la prima volta, dopo tanti giorni.

La Contessa aveva detto il vero; non faceva freddo affatto. L'aria aveva un tepore straordinario, come accade talvolta a Firenze prima ancora che vi giunga la buona stagione.

Roberto aspirò quell'aria fortemente, con avidità. Era un'arietta vibrata, ma sciroccale. Veniva dai paesi caldi, era una di quelle arie inquiete, capricciose, che sembrano sature dei vaghi misteri della terra e del cielo.

La finestra guardava su una corte cinta da tre lati dal fabbricato della casa, e al quarto lato dall'alto muraglione d'un giardino limitrofo. Dalla parte del giardino s'alzava, sovrastando d'alquanto al sommo del muraglione, un mandorlo, i cui rami, privi affatto di foglie, si andavano qua e là costellando di botoline bianche. E nello sfondo cupo di un'anticamera, nella casa dirimpetto, da una gabbia posata accanto a una finestra aperta, giungeva un acuto, giocondissimo gorgheggiare di canerini.

In tutto l'essere di Roberto si operò quasi una trasformazione. Un subito colore roseo subentrò al suo pallore di convalescente. Si eresse sulla persona e le sue nari aspiravano a lungo voluttuosamente quell'aria, mentre un leggero tremore scorreva la sua persona.