La contessa Elisa aveva riprese le sue abitudini. Riceveva i suoi amici, dava i suoi soliti pranzi, faceva le sue solite visite. S'era riavuta dal terribile sgomento della sua scoperta. Aveva detto alteramente a sè stessa che non era vero, ch'era stato il delirio, l'immaginazione di un istante, l'opera di una surrecitazione momentanea del pensiero. Una violenta ira beffarda le gonfiava il cuore, ora, quando pensava a ciò che l'era parso per un istante. La malattia di Roberto era venuta in buon punto per tranquillizzarla, per calmare la sua coscienza a torto allarmata. Ella amava Roberto... sì... ma come si amava un figlio, nulla più.

A furia di dirsela, di ripetersela, quella soluzione ingegnosa delle sue terribili dubbiosità morali, Elisa se ne fece una specie di convincimento. Visto che non poteva assolutamente essere altrimenti, la cosa doveva esser così per l'appunto. E così... poteva andare. Così infatti era andata per tutto il tempo della malattia di Roberto, così andava ancora... sinchè potrebbe andare. Il lato più pericoloso di tutto ciò era questo per l'appunto. La parte vera di quella ch'era in complesso nulla più d'una povera menzogna. Poichè, realmente, nel cuore di una donna che non ha avuto figli e che ama, se ama un uomo più giovane di lei, il sentimento materno non può rimanere escluso, anzi ha una forma misteriosa, travestita finchè si vuole, ma pure irrecusabile, di partecipazione alla passione stessa, e reca all'amore un contingente speciale, che, pur fondendosi nella corrente di questo, gli imprime a volte l'esteriorità dei caratteri propri. Da questa non ravvisata fusione, dalla lotta dei due sentimenti, che, pur coadiuvandosi a vicenda, a vicenda pure si soverchiano e costituiscono la realtà relativa della situazione, fra l'urto ugualmente impetuoso di due tenerezze appassionate e che facilmente si scambiano i propri attributi, deve essere, ed è invero crudele il martirio di un cuore, non solo, ma di un nobile spirito femminile. È terribile essersi a lungo orgogliosamente ignorata donna e trovarsi a un tratto, per sorpresa, di fronte all'ignoto della propria femminilità, bruscamente destatasi... E, come per salvarsi da quella terribile visione di un paventato cielo... di un paradiso pieno di fiamme d'inferno... ecco l'illusione serena, calmante, rivestita di vero, di una pseudomaternità; ecco il primo, il supremo degli istinti... eccolo con tutta la sua purezza infinita, colla sua normalità di cure, di abnegazioni, di appassionato esclusivismo; ecco l'attrattiva ardente del sacrifizio... l'oblio assoluto di sè stessa, la tenerezza pura, paga di sè sola, senza esigenze, ignara dei suoi diritti. Ecco il vecchio eterno istinto della protezione dell'amore, che vigila, che tutela... a qualunque costo! Ed ecco ciò che forse talvolta più di tutto, nel cuore straziato di Elisa affascinava il suo volere, dicendole: Vinci... a qualunque costo... Domalo, a furia di sprezzo, quel tuo indegno rivale, soffocalo, calpestalo, regna tu in sua vece, senza ch'egli sappia e se ne avveda! Ci giungerai, purchè non discuta il prezzo dei tuoi sforzi. Elisa non discuteva infatti. Il suo volere era gagliardo e la sosteneva. E Roberto aveva potuto dire a sè stesso: Ella è stata per me veramente una madre... Ed alla sua gratitudine si univa un senso di bizzarra e quasi amara umiliazione, ch'egli sentiva senza cercare di definirla. Egli non soleva studiare, nè discutere i propri sentimenti, come faceva Elisa. Perciò questa era tanto più infelice di lui.

***

Le cose si erano rimesse sul piede di prima. Il carnevale, ormai agli sgoccioli, toccava uno zenit quasi tempestoso di divertimenti e la società fiorentina pareva mossa da un turbine irresistibile. S'erano dichiarati parecchi matrimoni, ma non nella misura quantitativa sognata dalle mamme, le quali trovavano che i risultati finali minacciavano di presentare una rubrica molto più abbondante dal lato deplorevolissimo delle liaisons in cui il matrimonio non entra che per uscirne assai maltrattato. Due o tre scandaletti ben condizionati avevano data una speciale dose di piccante alla stagione. Altre novità di quel genere erano alle viste, difendendosi ancora, benchè sempre più debolmente, contro le denegazioni degli increduli.

Oh! gli increduli di queste cose. Fortuna che sono pochi. Poichè, in realtà, chi più guastafeste di loro?

Una mattina la contessa Elisa, che conservava l'abitudine di uscir per tempo a passeggiare, passava in via Cavour e si trovava dirimpetto al palazzo Riccardi. Camminava con lena, recando in mano dei fiori che aveva testè ella stessa comprati da un fioraio in piazza S. Maria. Fiori di campo, a dir vero, niente di raro, ma di colori vivaci, crochi, anemoni di campo. Voleva metterli in mezzo al tavolo, in sala da pranzo. Chi sa che Roberto non capitasse quel giorno a colazione?

Sorrise. Ella amava quelle visite così improvvise, in cui egli, capitando, le diceva: — Ho fame, sa?...

Mentre sorrideva così, ai suoi pensieri, vide avanzarsi dall'altra parte della via una signora di sua conoscenza, accompagnata dalle figlie, due leggiadre signorine, per le quali ella aveva una speciale simpatia e che la madre loro, la marchesa di San Terenzio, aveva educate rigidamente nell'atmosfera di una speciale austerità d'ambiente.

Elisa, vedendole, ebbe un senso di rimorso... Soleva scambiare con esse, un tempo, frequenti visite. Ora, da qualche tempo le aveva trascurate. È vero che anche le San Terenzio da qualche tempo non s'erano fatte vive, ma certo, la colpa era sua. Le venne il desiderio, lì per lì, di andare a salutarle e a far loro le sue scuse. Fece un piccolo cenno da lungi coi suoi fiori e si disponeva ad attraversare la via, quando si fermò... a un tratto. Le tre signore non avevano avvertita la sua presenza e con un moto pronto, simultaneo, come obbedendo ad una parola d'ordine, invece di procedere per la via retta avevano improvvisamente svoltato l'angolo del palazzo Riccardi, filando strette, sollecite, per piazza S. Lorenzo.

L'incontro era dunque mancato.