— Certo... faremo colazione assieme.
Egli s'inchinò. — Magari — disse. — Ho un appetito tremendo.
Ella sorrise, contenta.
Camminavano assieme, scendendo per Via Cavour, scambiando qualche parola, ma senza nessuno sforzo reciproco per mantenere la conversazione. Egli non aveva l'abitudine di spendere molte parole e non amava prendersi la briga d'intrattenere le persone colle quali si trovava. Una delle ragioni che gli rendeva sì cara la compagnia della Contessa era questa, che ella, nel suo squisito intuito di bontà, lo lasciava sempre a sè stesso, indovinando tutte le più riposte varietà della sua disposizione del momento, assecondandolo sempre, con una suprema delicatezza di indulgenza e di simpatia, ch'egli era troppo giovane e troppo inesperto per apprezzare al tasso reale del suo valore, ma di cui sinceramente approfittava, senza studiarla, contento che così fosse e ch'ella, stando con lui, non lo molestasse obbligandolo a parlare di scienze e arti e di quelle altre storie delle quali ella faceva il suo pane quotidiano.
No... ella non parlava mai di ciò, con quel giovane, non lo seccava mai. Lo aveva accettato, lo amava qual'era, senza neppur studiarlo, imperfetto, mondano, fanciullo, lontano le mille e mille miglia dal suo ideale dell'uomo. Lo amava incondizionatamente, ciecamente, con una dedizione bizzarra e a lei stessa incomprensibile, di tutti i suoi vecchi sogni, di tutte le esigenze della sua immaginazione, della superfetazione della sua fantasia, tanto raffinata dal complicato, incessante lavoro della coltura. Forse tutto ciò non era che un'intima, crudele rivincita di quel destino di donna, lungamente offeso, disprezzato, rinnegato da lei.
Perciò ella gli camminava allato, queta, senza obbligarlo a discorrere, misurando il proprio sul passo di lui, celere e spedito. Pensava solo ch'era con lui, che per qualche ora starebbe con lui. Ciò le bastava. Un vago sorriso errava sulle sue labbra, una dolcezza vaga, diffusa per tutte quante le facoltà dell'esser suo le teneva luogo di tutto, per quell'istante, come per tutti quelli ch'ella passava con lui.
Sapristi! che appetito aveva quel Roberto!... Sparivano quei piattini leggeri, delicati di colazione da signora che formavano il solito menu della Contessa; sparivano ch'era un piacere!
Andrea, quel buon vecchio domestico il quale conosceva ormai così bene i gusti dell'ospite della sua signora, aveva servito un supplemento improvvisato, qualcosa di solido e di meglio adatto al robusto appetito d'un giovane. E l'idea e l'esecuzione di essa erano state ben accolte e il vecchio domestico, il quale subiva come tutti il fascino della bellezza, del fare sciolto e bonario di Roberto, lo serviva con un piacere quasi visibile attraverso la correttezza austera del contegno.
Oh l'allegra colazione! e che gaiezza intima, squisita metteva la presenza di Roberto in quella sala, ove Elisa soleva talvolta trovare interminabili i pasti elaborati ch'ella consumava, sola, di fronte a quel lusso, nell'apparato austero, quasi oppressivo nel suo cerimoniale immutabile e silenzioso. C'erano i suoi pranzi di amici, è vero, i pranzi delicati, elegantissimi, tanto ricercati, in cui ella presiedeva un'accolta di persone intelligenti, celebri, che andavano a gara per farle provare tutte le compiacenze di un elettissimo ambiente, per darle tutte le soddisfazioni d'amor proprio che un ospite possa desiderare. Pure, cosa le parevano ora, di fronte alla bizzarra gioia che le procuravano quelle colazioni o quei pranzi con Roberto solo, lieto, affamato, che mangiava con tutto lo spensierato appetito della sua età, che rideva di tutto, dicendo tutto ciò che gli passava per la testa, come se fosse in casa sua!
Non si accendeva più il fuoco in sala da pranzo. Era primavera ormai e dalle finestre aperte entrava un'arietta mite, in seno alla quale danzava sussurrando il traforo verde delle piccole fogliuzze nuove sugli alberi del giardino. Erano capitate di recente le prime rondinelle. C'erano dappertutto per la casa tante mammolette ed egli ne aveva sempre all'occhiello un mazzolino.