Era guarito bene ora, stava benissimo. Non portava più il braccio al collo. Della sua malattia non gli rimaneva ora che un leggero dimagramento della persona e questo, affinando ancor più le sue fattezze, pareva averle rese più cesellate e più belle. E attorno alle palpebre, nell'incavo profondo come quello di certe statue greche, l'ombra diffusa, indefinibile pareva essersi più intensa tra il naso profilato e la forma alquanto smagrita dell'ovale. La fisonomia diveniva così più espressiva, assumendo quasi una nuova dolcezza di sentimento.
Mentre egli sorseggiava tuttora il suo cognac, Elisa si alzò, pregandolo di rimanere per fumare la solita sigaretta. Ella darebbe frattanto un'occhiata alla posta del mattino, che aspettava da parecchie ore.
Elisa passò nel suo salotto e trovò infatti giacenti al solito posto i giornali e parecchie lettere. Fra queste una da Milano, di Marcello Plana.
— Ah! — pensò con uno schietto senso di rimorso, mentre apriva la busta con mano tra esitante e impaziente — e io che non gli scrivo più da tanto tempo!
Infatti, era assai trascurata la sua corrispondenza da qualche tempo in qua.
Marcello Plana scriveva breve, senza lagnarsi del suo silenzio. Non era una delle sue solite lettere briose; parve anzi ad Elisa che l'intonazione fosse un po' fredda. Rileggendola, si avvide di un poscritto:
«E il marito di Marina: come sta?»
La lettera le cadde sulle ginocchia, ed un senso di malessere la invase subitamente, mentre un rossore impetuoso le saliva alle guance.
Un ricordo si fe' ad un tratto vivo, imperioso dinanzi a lei. Il ricordo del colloquio che avevano avuto cinque mesi prima, lei e Marcello, in quel salotto... Pensò al sorriso ironico di lui, alle velate parole in cui ella non aveva saputo ravvisare l'ammonimento...
Per un secondo ebbe un vivo rancore verso l'amico, che non le aveva parlato più esplicitamente.