Ma subito un senso di giustizia e di profonda umiliazione corresse in lei quel vago grido di rimprovero... Oh! come avrebbe egli potuto supporre ch'ella potesse dimenticare così la sua età, le convenienze, le circostanze per lasciarsi vincere da una sì insana, sì ingiustificabile, sì sciagurata debolezza?

Visse un istante d'acuta angoscia intima, ripensando a ciò ch'era accaduto in quei cinque mesi, alla progressiva infatuazione del suo cuore, alla cecità colpevole, imperdonabile che l'aveva colpita. Per un minuto fu schiacciata dal senso della responsabilità che pareva essersi a un tratto aggravata su di lei. Poi, coll'intimo orgoglio di una reazione, quasi di una sfida:

— Ebbene, — mormorò. — Soffrirò... ecco tutto... Ma nessuno saprà... nessuno!

Squassò il capo, alteramente, gettando sul tavolino la lettera di Marcello Plana.

Prese le altre non ancora aperte. Su una delle buste ravvisò la calligrafia di zia Balbina. Provò un senso disaggradevole di sorpresa. Zia Balbina scriveva assai di rado. Ma sempre, dalla sua lettera rimaneva qualcosa di spiacevole, un'impressione o dolorosa o umiliante. Stavolta, lì per lì, Elisa non ravvisò subito il carattere solito delle epistole di zia Balbina. Ella scriveva soltanto per invitare Elisa a recarsi per qualche tempo presso di lei.

L'invito sorprese Elisa. Sapeva che zia Balbina le serbava tuttora un certo rancore pel suo rifiuto di andar ad abitare con lei, e le pareva strano che, dopo parecchi anni, dopo un lunghissimo periodo di silenzio, così ad un tratto, ella reiterasse l'invito in quella forma secca, quasi imperiosa:

«Credo che il tuo buon senso non darà luogo ad esitazioni od indugi da parte tua. Ti aspetto dunque infallantemente. Il resto a voce; intanto spero ti sarai convinta che non sempre va errato nei suoi giudizi e nelle sue previsioni il criterio della tua affezionatissima zia

«Balbina.»

Per un momento ci fu un po' di caos nella mente di Elisa... Ma, poi, un raggio di fosca luce le penetrò nel cuore, col freddo di una lama. Si ricordò l'aspra profezia di zia Balbina: «Credi di cavartela così sola, senza un appoggio, un consiglio. Ma verrà un giorno che ti morderai le unghie e gli altri rideranno.»

Balzò in piedi spaventata. Ridere... gli altri! Di chi? di lei! del suo soffrire!