Quando fu escito, la Duchessa depose la penna e rimase un istante inoperosa ed accigliata. Poi crollò irosamente le spalle.
Ah! cominciava ad annoiarla colui... Dino di Follemare!
II.
— Vedi, cara. È lassù.
La contessa Elisa accennava coll'ombrello ad una vecchia e semi diroccata chiesuola, eretta sulla vetta di un colle, dal quale poco distava ormai la carrozza. Il piccolo edificio era facilmente visibile, in mezzo alla boscaglia denudata dai recenti venti autunnali, ma, nell'estate, doveva a mala pena indicarsi nella ricchezza del frascato, nicchiandosi con un gentile aspetto di chiesetta idillica. Ma in quel giorno, sotto quel cielo triste, era triste anch'essa, la povera cappella abbandonata.
La carrozza si fermò sul sagrato mentre dalla porticina ogivale esciva ad incontrare le due signore un gentiluomo di nobilissimo aspetto, di volto ancor fresco e di belle fattezze, a cui davano strano rilievo una bella capigliatura affatto bianca, e due baffi grigiastri lunghi ed a punte. Alto di statura, aveva nell'assieme dell'esser suo un'imponenza geniale, simile a quella che fa dire a Calibano, quando s'imbatte con Prospero, nell'isola dove questi è approdato, dopo la tempesta: — Avete qualcosa, signore, ch'io chiamerei volentieri padrone.
Aiutò le signore a scendere di carrozza, complimentandole del loro coraggio a sfidar le minaccie della piova. Poi scambiò colla contessa Elisa un rapido sguardo d'intesa. Erano vecchi, eccellenti amici, quei due!
Si fermarono un momento sul piccolo atrio a guardare la vista fantastica, sotto il suo disuguale velame di nebbia, mentre Marina girava assiduamente le rotelline del suo cannocchiale. Don Marcello Plana alla Contessa:
— Mi sono presa una libertà. Ho condotto qui un mio amico. Mi permettete di presentarvelo?
— Perchè no, Don Marcello? È un vostro concittadino?