— Contessa, — disse all'uscio la voce fresca e sonora di Roberto.
Ma Elisa in quell'istante non l'udì; stava seduta accanto al tavolino, con la testa sprofondata tra le mani, rannicchiata su sè stessa, come inconsciamente ella volesse ridursi al minor spazio possibile, sopprimersi, annientarsi.
La involontaria posa era rivelatrice di una così intima angoscia che Roberto si spaventò.
Le venne presso rapidamente, si inginocchiò ai suoi piedi, e ripetè dolcemente, con un inquieto e tenero appello:
— Contessa! cara Contessa!
Colle mani, le sue belle mani morbide e nervose, cercava di rimuovere quelle di Elisa dalla fronte che esse celavano.
Il volto di lei apparve; apparve anche una contrazione dolorosa, che voleva essere un sorriso, uno sguardo che voleva essere calmo, ma che si tradiva saturo di un dolore ineffabile.
Egli era sempre inginocchiato ai suoi piedi. Una pietà turbata, crucciosa, gli gonfiava il cuore.
— Mi dica cos'ha. Contessa, cos'è accaduto. Suvvia, mi dica... Oh non si crucci così. Sono state quelle letteracce, nevvero, che le hanno fatto pena, che le hanno recata qualche brutta notizia.
Oh la pietà crudele di quella voce dolcemente imperiosa, pressante, che voleva sapere!...