Nulla in Marina rivelava l'ubbriachezza del trionfo. Nulla dell'interno suo stato d'animo trapelò più in lei. Ell'era, adesso, quale era sempre stata, fredda, indifferente, intangibile..., padrona del suo destino. Senonchè, ora, nella serena normalità delle sue parole, c'era come una nuova dignità, una forma di riservatezza, un noli me tangere, che aveva veramente qualcosa di regale, che si elevava sovrano, imperante sulle confuse rovine d'una passata debolezza, rinnegata ora e dominata, per sempre...
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Elisa stava dinanzi allo specchio e lo interrogava. Lentamente passò la mano sui proprii capelli, sulle piccole striature bianche che li chiazzavano. Ma la capigliatura era abbondante, morbida, finissima. Le sue mani ebbero l'impressione di una carezza.
Guardò ancora attentamente, come si guarda negli occhi di un giudice. Si vide grande e snella. Le linee del suo corpo serbavano tuttora un'integrità giovanile, quasi virginea. Il collo era fresco, rotondo. Inalterato il fine ovale del volto, cesellate le fattezze. Una tinta delicata pareva dar loro un rilievo indefinito e brillante. E gli occhi suoi le parvero grandi, vivi di una luce diffusa, irradiante. Attorno ad essi le piccole rughe parevano essersi celate, fatte quasi invisibili.
Una suprema compiacenza le penetrò nell'animo, una gioia tenera di quella bellezza sua, rivelata a lei stessa, constatata in uno di quei momenti in cui l'anima a tutto s'avvinghia di ciò che può salvarla da un terrore segreto, senza nome.
— Sono bella, — mormorò Elisa, — sono bella!
Lo era in quel momento, squisitamente. Era bella del suo amore segreto, combattuto, messo alla porta da lei stessa cento volte al giorno, ma che cento volte al giorno, insidioso, prepotente tornava.
Si guardò ancora, e sorrise. Un senso di immensa gratitudine le irruppe dal cuore:
— Roberto, — mormorò sottovoce — Roberto, tu sei la mia gioventù!...
Si lasciò cadere come spossata nella poltrona e gli occhi, lentamente, si socchiusero. Una mano si levò, tremante con un inconscio gesto d'appello...