Non si mosse, non ritrasse la mano fredda e rigida dalla mano di Ginevra. Rialzò il capo con un moto impercettibile, che non l'allontanava più di dieci centimetri dal volto della duchessa, ma che parve ad un tratto mettere fra loro una distanza infinita. E la calma del suo sguardo parve scendere da una smisurata altezza e ricercare la mota di una bassura, mentre ella rispondeva con grande chiarezza e pacatezza di voce:

— Duchessa, che intende dire?

Per un istante, forse l'unica volta in vita, Ginevra si sentì vinta, e rimase interdetta. Ella aveva provocato un atto inconscio di debolezza, un tradimento della volontà disarmata. Voleva la confessione di una disfatta. Ma non una discussione, non quel calmo, altero sprezzo di sfida!... E la sua crudele curiosità rimaneva insoddisfatta e delusa.

— Nulla — disse ridendo. — Ella, cara Contessa, è, e sarà sempre, un angelo, e queste cose profane non la riguarderanno mai personalmente. Contuttociò, non me ne voglia se ho osato darle... oh, non oserei mai dire un consiglio; e se ne rammenti, all'occasione, come io non mi scorderò certo...

S'arrestò bruscamente. Elisa non l'ascoltava più. Il suo volto, poc'anzi sì pallido, era soffuso di un rossore squisito che non si riferiva a lei, che la metteva in disparte, subitamente.

Un rapido passo virile si accostava all'uscio; la portiera si mosse, e Roberto entrò, baldo, spigliato.

La Duchessa lo apostrofò vivamente.

— Oh, Rescuati, bravo, bene ispirato! Qua subito, alla riscossa, in mio aiuto. Mi aiuti a scongiurare un grande pericolo, a convertire un'ostinata, una cattiva, che vuole, proprio alla vigilia del mio ultimo ballo, fuggire, lasciar Firenze.

Sul volto del giovine si dipinse una intensa meraviglia. Si volse verso la Contessa, e le chiese con un impeto che non pensava a celare:

— È vero, Contessa, è vero?...