Contuttociò, il contrasto degli aspetti era pure spiccato fra quei due, e avrebbe dolorosamente colpito chiunque avesse potuto in quella sera giudicare a mente fredda la realtà brutale o semplicemente illogica di quelle nozze. Ma chi ci pensava?... Un momento la contessa Serramonti (che tutti trovavano molto bella quella sera), si senti il cuore stretto da un senso di compassione. Ma a chi avrebbe potuto comunicarlo? E chi avrebbe compreso quel sentimento, se invano ella aveva tentato di comunicarlo a Marina stessa?

E ora, da qualche tempo in qua, non osava più giudicare, nè condannare. Si sentiva ella giudicata, malgrado il vero, dalla malevolenza, dal cinico scetticismo mondano. Indovinava la insolente curiosità dei più. Sentiva la indagatrice, la insultante nuova forma di ammirazione, tributatale da alcuni; avvertiva che le loro premure erano in realtà sollecitate da quel vago olezzo di scandalo ch'ella stessa sentiva aleggiarsi d'attorno. Capiva che le apparenze, per quanto innocue in sè stesse, militavano contro di lei, che l'accettazione universale della calunnia, sì sottilmente sparsa, la precipitava non solo dall'antico piedestallo, ma all'ipotesi della disfatta aggiungeva una spruzzatura di ridicolo per le speciali circostanze del caso, per la differenza d'età, per l'indole della missione che tutti sapevano esser stata assunta da lei... E tutto ciò gratuitamente, perchè il mondo giudica così, e se ride ha, per ridere, la ragione migliore, quella del più forte. Ed ella si sentiva in preda a questo. E sentivasi altresì ch'ella giocava ormai un gioco pericoloso e crudele, che più volte già s'era trovata bruscamente di fronte a delle eventualità, ch'ella non avrebbe certo, tempo addietro, credute possibili.

Tentava bensì per quanto era in poter suo di attenuare le conseguenze della sua passata imprudenza, dell'incoscienza assoluta colla quale ella aveva dapprima fatalmente trascurata la situazione.

Pure, non doveva dar nell'occhio questo segreto intento; l'intimità ch'ella aveva sdegnato un tempo di temere e di nascondere poi, non doveva parere alterata, bisognava continuare come si era cominciato.

Roberto aveva certo, anch'egli, sentore del sospetto appena mitigato di dubbio, che molti intrattenevano circa l'indole delle sue relazioni colla Contessa. Non faceva nulla per avvalorarlo e i suoi istinti di vero gentiluomo si sarebbero indubbiamente ribellati contro una palese allusione, che nessuno d'altronde avrebbe tentata, davanti alla correttezza del suo contegno e al suo fare risoluto ed indipendente. Noi sappiamo che, nel suo schietto amore per Elisa, c'era quell'elemento di rispetto per la donna amata che sembra quasi il correttivo ed il freno della passione a cui si accompagna. A questo sentimento, nonchè alla disperata risoluzione di Elisa d'ignorare l'amore di lui, egli, o meglio ella, doveva l'eccezionalità delle cose quali erano realmente. Ma con tutto ciò, Roberto era giovane, inesperto dell'incredibile attitudine umana a braccare lo scandalo, ignaro dell'arte consumata colla quale le vecchie esperienze mondane sanno decorosamente, in casi simili, dare, come suol dirsi, della polvere negli occhi.

Indifferente un po' per spensieratezza, un po' per logica naturale di enfant gâté, all'opinione altrui, egli non aveva della posizione sua in società, di fronte ad Elisa, quell'intuito preciso che avrebbe forse potuto meglio aiutare entrambi a difendere la situazione.

Nel suo carattere non entrava quel morboso terrore del ridicolo che ha talvolta sulla gioventù un'azione sì bizzarramente paralizzatrice. Prima di conoscere la contessa Serramonti, non avrebbe forse ammessa la possibilità ch'egli, a ventitrè anni, si innamorasse di una donna che aveva sedici anni più di lui; ma dal momento che la cosa era accaduta così per l'appunto, che c'entravano gli altri? La contessa Elisa a trentanove anni era una donna che qualunque uomo sarebbe stato fiero d'amare. E se egli deplorava la differenza d'età, era solo pel timore (giustificato apparentemente dall'intuitivo sistema di difesa della Contessa) ch'ella lo trovasse troppo giovane, troppo ragazzo. Del resto, egli non pensava più che tanto; amava, semplicemente.

Gli pareva dunque la cosa più naturale del mondo di trovarsi con lei quanto più gli tornava possibile, di recarsi in tutti i luoghi ove sapeva che l'avrebbe incontrata, di rimanere, sinchè gli fosse concesso, nel raggio di quella dolce bellezza, nell'agio e nella gioia di quella simpatia, di quell'indulgenza amorosa, che non lo fraintendeva, nè lo tormentava mai.

Provava un senso di malumore quando in società la vedeva accaparrata da altri e non lo celava abbastanza, come non celava abbastanza il buon umore che susseguiva quando, poco dopo il suo sopraggiungere nel crocchio della Contessa, questo si andava talvolta gradatamente assottigliando, sino a lasciare, dopo un certo tempo, il campo libero. Tutto ciò era un poco egoista e crudele, ma in fondo non più biasimevole di quanto lo sia la contentezza di un piccolo naturalista che ha acchiappata una magnifica farfalla e la stringe alquanto perchè non gli voli via, a rischio di ammaccarle un poco le ali. E non lo ha forse detto Lafontaine:

Cet âge est sans pitié!