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Elisa soffriva naturalmente di tutto ciò. Era uno dei più gravi capi d'accusa che moveva a sè stessa, quello d'essersi fatta oggetto di siffatte sofferenze. E, a volte, ciò le pareva incomportabile e la causa più assoluta, più urgente della soluzione offertale... dell'unico scampo, la fuga!

Sola, non aiutata, cercava di attenuare gli effetti di quella falsissima posizione. Manovrava dunque perchè egli, in pubblico, le fosse vicino il meno possibile. A furia di ragionamenti, accampando mille pretesti, lo costringeva ad allontanarsi, ora per aiutare la padrona di casa, ora per far ballare questa o quell'altra signora o signorina... Ma quando egli, borbottando, se n'era andato, quando ella da lungi lo vedeva fatto segno alle più festose accoglienze, accaparrato alla sua volta dal più brillante elemento della festa, quando vedeva fissarsi su di lui qualche acuto sguardo di donna, una nuova forma di sofferenza si sovrapponeva a quell'altra e una specie di smarrimento si metteva nei suoi pensieri, un confuso terrore delle possibilità stesse, che a volte ella invocava, quasi imponendo al suo cuore la rude disciplina di accettarle preventivamente!... E il suo ritorno accanto a lei, il primo sguardo in cui ella ritrovava l'imprudente passione, la prima parola che glielo rendeva premuroso, suo, come prima, le parevano una visione, una musica celeste, gettavano nel suo cuore un'intensità sì acuta di gioia che diventava un oblìo di tutto il resto!

Era riuscita quella sera, in casa d'Accorsi, a tenerlo quasi sempre lontano. Non aveva ballato che due contraddanze e un lanciere, e non con lui. Era andata al buffet col Conte e con Serristano, s'era trattenuta a lungo con alcune vecchie signore, e ora prolungava un fine colloquio con Sacha Dzworoff più tisico e più maligno che mai, e sempre incorreggibile nella sua antipatia per Roberto. Appunto in omaggio alla tenacità di questo sentimento, egli si era deliberatamente schierato fra gli ammiratori della contessa Serramonti.

Ciò aveva fatto rider molti. Egli che l'aveva sempre chiamata il Polo nord!... Ma se lo faceva, era, a detta sua, solo per far dispetto a quel ragazzaccio, del quale diceva con sottilissima ironia:

Aux innocents les mains pleines!

Strano davvero. Ora Sacha trovava dello spirito in quella donna, un fascino che non aveva mai avvertito e che accendeva in lui delle bizzarre fantasie.

Godeva, come si è detto, di una specie d'impunità. Ed egli usava, abusava anzi, dei suoi privilegi di eterno monello moribondo. E ciò che disse quella sera, con quel suo equivoco sorriso, all'orecchio della contessa Elisa, mentre la riconduceva al suo posto dopo il secondo lanciere, fu abbastanza ardito perchè un senso d'indignazione intima facesse salire alla fronte di Elisa una subita vampa, perchè ella, senza esitare, con una breve, ma non dubbia frase, con un lampo fiero dei suoi splendidi occhi, rimettesse a segno la mala ispirata audacia del giovane. E fu così bella, così nobile, così signora nel suo sdegno che la faccia, già sì pallida, del Russo assunse una tinta livida, ed egli dovette attendere un momento perchè il suo spirito gli suggerisse qualcosa di simile alla solita imperturbabile disinvoltura. Ma non fu un tratto di spirito ciò che gli salì alle labbra, fu una sola, sincera, profondamente detta parola:

— Perdonatemi.

Elisa abbassò su di lui la subita pietà del suo sguardo. Lo vide, qual era, coi segni della morte sul volto, si rammentò essere ormai poco lungi il termine che la scienza presumeva fissato ai giorni di lui. Ed egli disse ancora: