Poi se ne andò, ridendo.

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Elisa rientrava dopo una delle sue lunghe passeggiate mattutine.

Aveva scelte in quel giorno le Cascine, ove non andava più da parecchie settimane, per non incontrarsi con Roberto, il quale soleva recarvisi ogni giorno a cavallo. Nei tempi «inconsci» erano stati per lei uno dei migliori momenti della giornata quegli incontri non concertati nei grandi viali così diversi, nella loro solitudine mattiniera, dell'ingombro chiassoso della passeggiata propriamente detta. S'era attardata laggiù... piena il cuore dell'immagine di lui, memore dell'intuito che, sollecitando i battiti del suo cuore, l'avvertiva quale fra i vari passi di cavalli, ch'ella udiva echeggiare nei viali laterali, fosse per l'appunto il passo di Thor, il cavallo favorito di Roberto. Sentiva quel passo farsi più veloce, ad un tratto, quando Roberto l'aveva ravvisata. In un attimo le era accanto, ed era una piccola fermata di chiacchiere. Quando egli ripartiva, faceva impennare il cavallo, lo costringeva a degli scambietti, si compiaceva di tutto ciò che lo faceva figurar bene in sella, nella vanità dolce d'esser così visto da lei, ben sapendo ch'ella gli terrebbe dietro collo sguardo... ma non sapendo ancora quanto ella mettesse, in quello sguardo, della illusa anima sua! A volte, egli mandava ad aspettarlo colà il suo palafreniere, e, raggiunta la Contessa, scavalcava e, affidato il cavallo all'uomo, veniva compagno ad Elisa pel resto della passeggiata. Ed ella allora non sapeva, non temeva, credeva di poter vivere così nella gioia cieca e pura di quelle ore sì belle, in cui il solo accento delle parole di lui bastava per dare al suo orecchio la percezione di una ignota scienza, di tutto quanto havvi di bello, di gentile, di sacro nella primavera dell'umana esistenza, la gioventù!

Ora, la lunga passeggiata l'aveva compita sola. Egli non era accanto a lei, si trovava con tutto il fiore della società mascolina di Firenze ai funerali di Sacha Dzworoff. Elisa rincasava col senso invano combattuto di un indefinibile vuoto, di una lassezza cagionata non solo dal lungo tratto di via percorso, ma anche dall'impressione deprimente della primavera che già si spiegava, mettendo nell'aria dei vaghi effluvi di campagna, degli olezzi indefiniti, che davano al corpo dei piccoli brividi nervosi, e alla mente una specie di assorbimento, d'inerzia, di disarmo. Sceglieva pel suo percorso, anche a costo di prolungarlo, le vie più isolate, per un istinto di solitudine, coll'idea che forse così potrebbe facilmente concretare la forma della decisione ch'essa doveva prendere di fronte a sè stessa a qualunque costo!

Dalla piazza degli Zuavi, costeggiò il viale Principe Umberto, poi si mise per via Luigi Alamanni. Senonchè, presso allo sbocco di questa sul Piazzale della Stazione, s'arrestò ad un tratto, e si ritrasse. Una musica funebre riempiva l'aria di note lamentose, una sfilata di persone vestite a bruno passava, formando corteo ad un carrozzone mortuario, sul quale, completamente affondata in mezzo ad una piramide di mazzi e di ghirlande di fiori freschi, stava la bara di Sacha Dzworoff. Davanti al carrozzone camminava il pope della sua chiesa, seguita da due accoliti e dai simboli del culto greco. Quando passò il feretro davanti allo sbocco della via Alamanni, un venticello fresco spinse in quella direzione un'acuta folata dell'olezzo di quei fiori, e quell'olezzo investì Elisa come se il povero Sacha volesse così, trovandola sul suo ultimo passaggio, salutarla ancora, fare omaggio di ammenda a quella donna che egli aveva offesa, ma di cui aveva sì umilmente implorato il perdono, dicendole ch'egli moriva e che erano così belle... lei e la vita.

Gli occhi di quella donna si velarono di lacrime, ed ella ebbe un pensiero d'infinita pietà per quel morto, che stava per cominciare il suo lungo viaggio verso la Russia, verso il grande sepolcreto di famiglia, ove lo voleva vicino, a portata del suo disperato dolore, la donna che lo aveva partorito! Gelata dietro un crocchietto di popolane, ammirate dello spettacolo, Elisa assistè a tutta quanta la sfilata. E finalmente, quasi in coda al corteo, assieme ad altri giovani, ravvisò Roberto.

Egli non la vide dapprima. Camminava grave, decoroso, col corretto contegno della circostanza. Ma di subito, per un impaccio di carrozze avvenuto alla testa del corteo, questo si fermò... e Roberto svagato, chiamato forse magneticamente dall'appello, dalla fissità rapita dello sguardo di Elisa, mosse il proprio verso di lei, e nel suo quasi nascondiglio... la ravvisò.

Non si mosse, non la salutò. Parve intendere ch'ella non volesse essere avvertita da altri. Scambiò solo con lei un sorriso furtivo d'intesa, così luminoso, così pieno di gioconda sorpresa, di tenerezza, d'ardore che Elisa si sentì penetrata di una dolcezza ineffabile, di un senso folle di letizia cieca, assorbente, irresistibile. E nello sguardo col quale rispose a quello di Roberto... ella... obbliando per un secondo tutto ciò che era l'impressione del momento, mise tutta la sorpresa anima sua... tutta l'inconscia dedizione di sè stessa in un trasporto d'amore vittorioso, senza limiti...

Roberto ebbe come un abbagliamento, le sue palpebre si socchiusero.