L'accoglienza di Elisa fu doverosa, nulla più. Ella aveva sempre avuta un'immensa considerazione pel famoso senno pratico di zia Balbina ed una sincera riconoscenza per le molte prove d'interessamento che n'aveva ricevute, ma in questi sentimenti non era mai entrata la simpatia. Ed un suo innato senso d'indipendenza si ribellava al despotismo un po' sprezzante che era sempre stato caratteristico della zia Balbina.

E poi... sciocchezze, ubbie, ingratitudine forse; ma strano a dirsi, era sempre lei, zia Balbina, quella che veniva a scuotere le persone quando erano in preda al sonno d'un'illusione!... Era lei, sempre lei ad avvertire, a mettere il dito esattamente là dove la piaga era più dolorosa e più celata, lei ad insegnare il rimedio più amaro, la forma di rassegnazione più razionale, più consona al suo ideale di rassegnazione. Essa distribuiva benevolmente i tesori della sua farmacopea spirituale, ma coll'obbligo assoluto di trangugiarli, a tutte le persone che onorava della sua protezione.

Elisa era sempre stata prima fra queste, specialmente all'epoca in cui aveva la buona abitudine di lasciarsi assolutamente consigliare da lei.

A dir vero, questa preferenza aveva subìto una certa alterazione allorchè, rimasta vedova, la contessa Serramonti aveva opposto una imprudente opposizione alla magnanima offerta d'andare a star presso la zia. Ma la zia Balbina era tenace nel generoso proposito di voler far del bene alle persone che amava, anche se queste non fossero state completamente persuase della infallibile efficacia del suo intervento. Ella era assai ricca, e certi altri nipoti che accettavano devotamente i suoi consigli, anche correndo il rischio di una possibile delusione per l'avvenire, avrebbero dato di gran cuore molto del proprio perchè Elisa, con qualche amabile sproposito o in qualsiasi altra maniera, riescisse ad alienarsi un po' di quel formidabile bene che la zia Balbina non mancava di professarle, assieme ad un profluvio di elogi per quella nipote ammaestrata da lei. E quasi quasi, in fondo a quel cuore di benefica virago, c'era un lievito di pia soddisfazione che la profezia emanata dal suo alto senno si fosse un pochino avverata.

Intendiamoci: un pochino, giusto quel tanto che ci voleva per rendere necessario il suo intervento, e persuadere Elisa che talvolta i consigli pratici possono tornare, dopo tutto, non inutili. Perchè in fondo sapeva benissimo, lei... ch'erano tutte ciarle. Figurarsi! Sua nipote! Una donna di tanto senno; educata da lei! Per i ciarlieri basterebbe la sua presenza... Per Elisa una sua parola!...

Elisa la sentiva in aria quella parola sospesa sul suo capo... come la spada di Damocle. Il giorno stesso del suo arrivo, a zia Balbina era stato presentato Roberto Rescuati. Povero Roberto! che sorpresa per lui, trovarsi di fronte inevitabilmente, quella degna signora, che lo guardava attenta, paziente, servendosi qualche volta dell'occhialino, come se si trattasse di un grazioso insetto d'una nuova specie! Era stata piuttosto gentile per lui e s'era degnata di dire ch'era abbastanza distinto, ma c'era nel tuono della sua voce, quando gli parlava, qualcosa di così serenamente sprezzante nell'apparente bonarietà, che Elisa, più ancora di Roberto, ne risentiva delle vere trafitture. La zia Balbina aveva subito assunto con Rescuati un fare leggermente ironico, lo aveva chiamato talvolta: giovanotto, e c'era proprio voluto lo sguardo supplichevole di Elisa a lui rivolto, una specie di sorriso di semi confidenza, perchè egli mandasse giù, in santa pace, l'appellativo.

Il giovane era, come può credersi, potentemente seccato; un'irritazione violenta lo coglieva a volte davanti a quell'intervento inatteso, ingrato, e in cui subodorava un'ostilità sistematica. Quando c'era gente da Elisa, la zia Balbina si permetteva qualche assenza dal salotto, ma non appena era libero il campo, ella, come avvertita da un dispettoso spirito familiare, compariva tosto, sempre elegante nella sua ricca austerità di vestiario, col suo occhialino, col suo ricamo di tappezzeria, colle sue lane. Aveva un vezzo tutto suo di non dare importanza alla presenza di Roberto, di costringere Elisa ad occuparsi con lei di cose alle quali egli non poteva o non sapeva interessarsi: ora le chiedeva il suo parere su un'opera scientifica, ora la intratteneva di vecchie conoscenze, di vecchi episodi. Altre volte, rivolgeva a Roberto una specie d'interrogatorio sugli studi fatti, sulle sue idee a proposito delle questioni sociali, e ascoltava le risposte con un mezzo sorriso distratto, come di un professore che pensa: Quanti punti dargli a quell'allievo? In modo che Roberto, esasperato, finiva per lo più coll'andarsene, recando in cuor suo un vero impeto d'esecrazione per quella donna che nulla lasciava d'intentato per farlo figurare come un ragazzo agli occhi di Elisa. Tale era veramente il piano della zia Balbina. In sè, non sarebbe stato un cattivo piano. Ma nell'attuarlo la donna superiore scordava due cose soltanto: il senso della misura e la forza della reazione.

Roberto si schermiva come poteva, e... tornava.

Il fascino che lo attirava presso Elisa pareva anzi fortificarsi nell'attrito dell'ostacolo. Gli pareva quasi una sfida l'insolenza di quella vecchia, in cui egli aveva subito odorata una nemica, e che, stuzzicandolo, destava in lui la fiera più o meno assopita nell'antro di ogni cuore umano, l'amor proprio. Dal contatto con quella arcigna aggressiva superiorità di virago, spiccava, per forza inevitabile di contrasto, quella sì squisitamente femminile di Elisa... quella superiorità pietosa, ignara di sè stessa, che pareva fondersi soverchiata, come un elemento assimilato, in una rivelazione diffusa dell'amatività squisita di quella donna. Pochi, ben pochi l'avevano compreso, il cuore di Elisa, meno di tutti la zia Balbina... Roberto ne aveva un sentore. Ci credeva appunto perchè sentiva direttamente egli il riflesso di quel raggio e godeva del suo calore, senza chiedersi bene donde diramasse, nè qual grado di intensità potesse raggiungere. Ci credeva colla cieca sincerità del suo intuito e coll'audacia della sua stessa inesperienza. E l'ostacolo sollecitava il suo desiderio; Elisa gli pareva ora più bella, più attraente che mai, come ringiovanita da quella incresciosa tutela di guardiana.

Essa aveva, per lui, quasi un segreto compenso per la cortese pazienza colla quale egli tollerava con apparente filosofia, il nuovo stato di cose, una specie di più confidenziale e in uno di più seria familiarità. Talvolta certi sorrisi, certi sguardi anche involontari tradivano, come una tacita connivenza coi suoi sentimenti, una birichina intesa della sua dissimulata tolleranza. E allora c'era come una malizia tenera nei suoi sguardi, qualcosa che lo rapiva come una intima gioia, e gli faceva battere il cuore di una vaga speranza. Nei brevi momenti in cui erano soli, quei frammenti d'intimità assumevano un'indole di strana intesa. Elisa e Roberto respiravano allora un'aria di sollievo, che pareva quasi comunicarli nella coscienza d'una cara complicità di ribellione, creare fra essi come un legame nuovo, che diminuiva le distanze, parificava i sentimenti.