— Sì, per qualche giorno.
La zia trattenne una smorfietta; avrebbe preferito una misura più radicale. Stava per dire. — E poi? — ma si trattenne con uno sforzo così tradito e così meritorio che Elisa ebbe un pallido sorriso.
— Andrò alle Celle per una settimana o due. Poi farò un giretto a Milano, sui laghi, dai Plana forse, non so.
Zia Balbina non fe' commenti. In fondo il suo scopo era ottenuto. E l'istinto del suo vero buon senso le suggeriva di lasciar in pace sua nipote e di non provocare spiegazioni.
Il treno correva, celere, per l'ammirabile paesaggio alpestre della linea Firenze-Bologna.
Le due signore e la cameriera occupavano una carrozza riservata, e non avevano a temere moleste intrusioni di viaggiatori. Nessuna di esse parlava. Viola per un eccellente motivo, perchè dormiva. La zia Balbina, comodamente rincantucciata in un angolo, soccombeva gradatamente alla stessa tentazione, ma la sua posa era dignificata dal giornale: L'Univers, che tuttora trattenuto fra il seno e le braccia incrociate, le copriva buona parte del volto.
Il rombo cadenzato del treno scorrente sulle rotaie metteva nell'udito come l'impressione di una melopea, ripetuta all'infinito, il solfeggio ritmico di un eterno ritornello musicale.
Sulle ginocchia di Elisa stavano libri e giornali, ma ella non leggeva. Voltata di fianco, nel suo angolo, teneva la fronte poggiata al cristallo della finestrina, seguendo collo sguardo abbandonato la vicenda incessante degli splendidi quadri del paesaggio, alternati ai bruschi periodi di oscurità prodotti dal passaggio nelle gallerie. Fuori, all'aperto, era la primavera montanina, ancora un po' in ritardo e in tutta la delicata poesia dei suoi primordi. Sui declivi dei vecchi sterri, sulle balze, dovunque, nell'intenso del primo verde, era una matta sterminata fioritura di primole, d'anemoni, di viole. Poi, ad un tratto, la notte soffocante, il cupo rimbombo delle gallerie, col loro senso di isolamento, di tenebra, di caos.
Elisa aveva tanto pensato la notte scorsa, tanto ragionato, tanto predicato a sè stessa, che ora, nel suo cervello stanco, i pensieri non si concretavano più in forma definitiva. Ella aveva solo una vaga impressione di strazio sofferto, di suprema gioia rinunziata, le pareva che, quando il treno correva all'aperto, quel tal ritornello nella sua eterna canzone dicesse sommessamente: con lui, e quando entrava nel buio: senza di lui. E una volta o due, quando un attrito delle ruote sulle rotaie produsse nella carrozza una repentina scossa oscillatoria, una grossa lagrima che Elisa non sapeva di avere tremolante sul ciglio, se ne spiccò bruscamente, e andò a cadere sulle inerti mani di lei...