La contessa Elisa Serramonti possedeva parecchie ville.
La più importante, la vera tenuta della famiglia, era nella Liguria, sulla Riviera, ed ella soleva passarvi l'estate. L'autunno lo spendeva per lo più in qualche viaggetto all'estero, ma trovava sempre una ventina o trentina di giorni da dedicare alle Celle.
Come possessione, le Celle non avevano grande importanza. Era un piccolo ed antico convento di suore, che il padre di Elisa aveva comperato, quasi a caso, per una subita simpatia del luogo pittoresco, lontano da cittadi e da villaggi, come la dimora del Sonno nell'Orlando Furioso. L'acquisto era stato fatto negli ultimi anni della sua vita e coll'idea di formarsene una specie di romitaggio, destinato all'assoluta quiete ch'egli desiderava pei suoi studi storici. Senonchè, un'altra quiete, la più assoluta, la più infallibile fra tutte, aveva tosto sopraggiunta quella gentile anima di gentiluomo.
Egli aveva detto un giorno ad Elisa che le Celle dovevano essere lasciate così precisamente, col loro carattere di piccolo chiostro antico, e l'amoroso culto di tutto ciò che era stato un pensiero del padre era in questo caso l'avvaloramento di quanto le avrebbe inevitabilmente suggerito il proprio senso estetico.
Non aveva recato alle Celle nulla dell'elemento mondano e della moderna eleganza di comfort, che soleva essere altrove come un indispensabile quadro della sua finissima personalità. L'antico chiostro colla sua cappella tuttora ufficiata da un cappellano, titolare del beneficio mantenuto dalla contessa, se ne stava in cima ad un'altura contornata da monti, che gli formavano al nord uno sfondo di severi profili alpestri, lasciando illimitata al sud ed all'est la vista di una immensa campagna, ove larghi spazi di piano si alternavano a concatenazioni di vaghissimi colli. La terra era toscana, uno di quei suoi lembi reconditi, ignoti, pieni d'intatti idillii, quali Ouida, in certi romanzi suoi, ha saputo trovare ed additare a noi italiani, sì freddi valutatori delle tante bellezze del paese nostro! Boschi immensi, quasi foreste, costeggianti immensi tratti di terreni coltivati con quell'immutabile amore estetico della terra ch'è come un retaggio tradizionale del sangue rusticano di quelle popolazioni.
Da un lato dell'altura, ove si alzavano le Celle, una di queste boscaglie si arrampicava e veniva a finir quasi parallela al terrapieno sul quale poggiava il porticato che dalla casa metteva capo alla chiesina, quello che si chiamava ancora «la passeggiata delle suore.» Sulle praterie dal lato non boscoso, un viale di cipressi metteva la lunga striscia del suo verde cupo, e questa si arrestava all'orto, tuttora cinto da un muricciuolo.
La salita era impraticabile alle carrozze, perciò Elisa non portava mai alle Celle il suo treno di scuderia, e solo una ristretta parte del personale di servizio l'accompagnava lassù.
A dir vero, le Celle non erano per essi un soggiorno favorito. Non potevano capire come la signora potesse stare in quel luogo solitario, dove non capitavano mai visite, dove ella dormiva in una stanzona bianca, nuda, senza addobbi, senza specchi, con dei mobili vecchi, orribili, dove non si sentiva uno strepito, e dove, quando pioveva, non si poteva mettere il naso fuori di casa. Ci si andava d'autunno, e l'autunno veniva presto lassù, colle sue piove, colle sue nebbie, coi suoi venti che empivano l'orto di foglie morte, ed i vasti corridoi di ululati lugubri, da far venir la pelle d'oca. E ancora il primo, il più sentito rammarico, che non ci fosse «società.»
No, di quella non ce n'era davvero. Si sarebbero dovute fare sei o sette miglia almeno per trovare un'abitazione che arieggiasse di villa. Solo quando il vento spirava forte, si poteva avere una leggerissima percezione del rombo della strada ferrata lungo la linea maremmana. Appiè del colle, c'era l'abitazione del cappellano e quella del fattore; per la spesa giornaliera bisognava andare al villaggio più vicino, circa tre chilometri di strada. E mai, mai una visita!
Elisa amava quel soggiorno, e lo serbava tal quale. Le piaceva l'erma posizione, l'aspetto poetico, quel non so che di casa d'anime, il profumo religioso ed austero che s'era lasciato dietro in quell'ambiente, il passaggio successivo di tutte quelle donne velate e preganti. Anche nella stagione cattiva, colla pioggia e il vento, gustava, per un certo spazio di tempo, quella reclusione, in cui le pareva di ritrovare certi istinti contemplativi che la vita mondana attutiva, senza al tutto spegnerli, nell'animo suo. Aveva scelta, per sè, la cella dell'ultima badessa, aggiungendovi solo ciò che è strettamente indispensabile alle più semplici abitudini di una signora. Pranzava in refettorio, e quando pioveva, passeggiava a lungo pel largo corridoio, costeggiando gli usci chiusi degli stanzini che avevano dato il nome al luogo e ricetto a tante anime prigioniere, forse non sempre volontarie, forse a volte inconsciamente ribelli, ma che pure avevano vissuto colà obbedienti, rassegnate, ed erano morte in pace.