Oh la pace... la pace! Elisa era venuta alle Celle solo in cerca di pace, coll'istinto di un uccellino ferito che cerca il più fitto dell'ombra per andarcisi a nascondere, perchè nessuno veda quanto egli ha male, perchè nessuno parli di lui... Si ricordava della malinconia dei giorni autunnali, di quel morir dell'anno, così grave lassù, così suggestivo di forti pensieri di sprezzo delle umane gioie, di alti e generosi oblii delle gioie terrene, in cui trovavano alimento i suoi più austeri istinti, la serietà d'intenti, di studio, a cui l'aveva abituata la sua costante unione d'anima col padre. Quando aveva presa quella brusca risoluzione di fuga, le era parsa questa l'unica soluzione possibile di uno stato di cose in cui sentiva quasi sommergere il suo criterio e naufragare l'animo suo! Dopo quella notte d'angosce indimenticabili — in cui ella aveva avvertito d'essersi ribellata contro le parole di zia Balbina solo perchè quelle parole erano il vero, e ripetevano come lampi brutali quelle confuse scintille di luce che erravano confuse, ma pur visibili, nella tenebra del suo cuore — Elisa aveva pensato alle Celle, come ad un rifugio. E v'era accorsa, dopo una breve sosta in casa della zia, sosta piena della intollerabile noia di quella dimora, centro di minuti pettegolezzi aristocratici di piccola città. C'era stata a disagio, coll'ardente cruccio di celare a qualunque costo quelle prime ribellioni, quei primi morsi del rammarico, il folle, assurdo pentimento del suo coraggio! Ed era riescita a dissimulare sì bene l'interno turbamento che zia Balbina aveva infatti tentato un piccolo cenno di lode per lo spirito, il buon senso di quella cara Elisa. A dir vero, questo era tutto un di più per zia Balbina... Non aveva mai ammesso neppur per un secondo che sua nipote potesse avere l'ombra di qualcosa di serio per quel bellimbusto.

Diamine! queste cose non accadevano! non erano «nell'ordine!» L'unico torto di Elisa era quello di aver lasciato che s'impiantasse quella stupida familiarità che aveva fatto ciarlare i maligni. Ma del resto... Sciocchezze... ubbie! Ora che il suo amor proprio era stato placato dalla subita sommessione di sua nipote, ella considerava il rimanente come cosa di accessoria importanza. Elisa ripiglierebbe l'esistenza solita e buona notte.

I primi giorni che Elisa passò alle Celle, padrona del suo tempo, dei suoi pensieri, furono quasi una felicità. Essa s'immerse nella piena reazione di quel contrasto. Poi, quando l'ebbe vissuta, esaurita (più presto, a dir vero, di quanto credeva) andò in cerca della pace, del santo regime d'anima che soleva offrirle ogni sua dimora alle Celle.

Ma, strano a dirsi, stranissimo a constatare. Pareva che quella solitudine destasse ora in lei delle vaghe sensazioni nuove, indefinibilmente pericolose, anche quando parevano assopirla in una specie di relativa calma. Anzi; era la calma del luogo, quella che più le tornava formidabile!

Ciò ch'ella obbliava lassù, ciò che le pareva ridursi ad una non entità di importanza, era per l'appunto ciò che aveva più paventato tempo addietro... l'opinione del suo mondo. Pareva che l'eco di quelle voci crudeli tentasse invano il limitare di quella solitudine. Quivi ella trovava più palesemente sè stessa e la verità delle cose. Invece dell'avversa atmosfera mondana, era una vaga complicità della vita esterna del luogo, del tempo, della stagione. Tutto pareva dirle semplicemente: ama. È il tuo cuore quello che ha ragione.

S'alzava presto, ad un'ora che avrebbe fatto scandalo a Firenze. Nella freschezza dell'aria mattutina, ella provava una energia fisica della persona, un'elasticità delle membra che le davano la sensazione del possesso di un bene inestimabile! Aveva un orgoglio nuovo, quello della sua salute... una compiacenza di sentire bello di forma, di linee, di freschezza intatta, tutto il suo essere. Faceva lunghe, faticose camminate, senza mai sentirsi stanca, spinta da una specie di ebbrezza a cui tutto contribuiva, la gaiezza del sereno soleggiato, l'ombra indecisa delle piante, dal fogliame tenero, trasparente, il verde nuovo dell'erba, le tinte vive, determinate dei fiori.

Ella non sapeva che la primavera fosse così bella, così formidabile! Lo imparava... ora con un vago terrore di comprendere questa scienza nuova, di avvertire quanto intimamente si collegasse, nell'intimo senso di lei, alla rivelazione di un'altra primavera, quella che in ritardo, a tradimento, le era spuntata, ineffabilmente dolce, nel cuore.

Prima di partire, gli aveva scritto.

Poche righe soltanto, per dirgli che una subita imprevedibile circostanza l'obbligava ad accompagnare sua zia a Foligno. Tornerebbe presto, scriverebbe. Scrivesse lui a Foligno, per dar sue nuove e quelle della madre...

Sottoscrisse: Affezionatissima amica Elisa.