Con una vibratissima mossa egli si spiccò da quel luogo. Si voltò un istante, ed ella vide la sua splendida faccia irradiata d'amore, sublime della vittoria riportata. Vide un appassionato gesto di addio, di preghiera, vide una visione di bellezza, di gioventù, d'amore che la salutava, che se ne andava, ch'ella stessa aveva mandato via. Un grido morì nella sua gola, stretta da una convulsione. Poi, non vide più nulla. Era andato a Firenze a attender lei o la sua risposta.

XV.

Venne la risposta:

«Carissimo Roberto,

«È impossibile... Vi amo, sì, ma come una madre. Non posso prendere la vostra vita. Avete diritto a un'altra, ad una più razionale felicità. Questo, anche a vostra insaputa, sarebbe un sacrificio. Non posso accettarlo. Rimango ciò che ero, la vostra migliore amica. Dirvi ciò che provo in questo momento non mi sarebbe possibile. Ma immaginatelo, se lo potete, per non serbarmi rancore. Iddio vi benedica e vi ripaghi ciò che mi hanno dato il vostro affetto, la vostra fiducia, la vostra offerta! Da questa prova uscite forte, temprato ai dolori della vita. Più tardi, quando un amore più normale parlerà al vostro cuore, e vi guiderà verso una fanciulla degna di voi e che possa darvi la felicità nel modo in cui non è concesso a me di farlo; parlate di me a quella fanciulla, conducetemela, perchè io la baci in fronte e la benedica. Allora, Roberto, sarete contento, e io pure. Ora soffrite forse... e anch'io... sapete, soffro anch'io. Ma ho fatto così per il meglio, e perchè è impossibile, nevvero, è impossibile che sia altrimenti?... Andate da vostra madre, ditele che non ho fallito alla mia missione, che più di questo nè Dio, nè lei potevano chiedermi... E voi, Roberto, ancora, perdonatemi e siate felice.

«Elisa.»

Questo fu tutto ciò che quella donna, (ch'era pure una donna d'ingegno), seppe trovare nella sua testa per scrivere a Roberto, per dirgli che non voleva esser sua. Così riescì quella povera cosa, urtata, fredda, contradditoria nella stessa sua intima disperazione. Forse saputa leggere, intuiva. Ma saper leggere una lettera tutta intera, colle parole scritte e colle altre, non è dato a tutti... È un'arte che s'impara tardi, quando si è già pagato lo scotto di parecchie altre ignoranze. E Roberto non aveva ancora aperta quella partita odiosa col destino, e lesse quella lettera, com'era scritta, soltanto. Provò due ferite: una, acuta di cuore; l'altra, acutissima, di amor proprio.

— Ah! — stridette fra i denti. — Sono sempre stato un ragazzo per lei!

***

Ella non lasciò le Celle. Fu malata per una quindicina di giorni. Li passò quasi sempre sola nella sua stanzetta claustrale. Dall'unica finestra godeva di una grande latitudine di libero orizzonte. Attorno alla finestra si diramava, salito all'alto dal terreno, un cespo di gelsomini in fiore. Quando c'era il vento (e soffiava di frequente lassù) era una danza sfrenata nei rami arcuati. Questa era la sua distrazione. Ne aveva un'altra, la posta, che lassù capitava una sola volta al giorno. Nei primi giorni specialmente, l'arrivo della posta aveva il privilegio di scuoterla da quella specie di assoluta noncuranza di tutto che pareva invaderla ed assopirla. Si alzava sul letto, o dalla poltrona, e, fra le sue mani smagrite, i giornali e le lettere scorrevano più volte, in fretta. Poi, rifattasi pallida e quieta, lasciava per un momento intatto ed ammonticchiato quel gran fascio di carte, che pure le recava ricordi di amici, di persone simpatiche, notizie del suo mondo, del mondo dell'arte, della scienza, di tutto ciò ch'era stato un tempo la sua vita.