Certo, era libera. Libera e contenta di sè! Si sentiva attorno alla fronte un'aureola, quella d'una santa, fra le mani una palma, quella del martirio. Diceva a sè stessa di aver fatto il suo dovere, di aver agito bene, da signora, da donna onesta, da donna assennata. Aveva dato ragione al mondo, al buon senso, a zia Balbina, agli amici ragionevoli; aveva evitato due terribili cose, un intrigo ridicolo e un matrimonio che lo sarebbe stato del pari. Non aveva tradita la fiducia di Tecla, non aveva approfittato d'un momento di vertigine, di uno scaldamento di fantasia di un fanciullo per fabbricare egoisticamente, su quelle basi fittizie, un edificio di felicità... chimerica.

Arrivata a questo zenit di congratulazione con sè stessa, Elisa non andava più in là. Il suo pensiero si fermava raccapricciando davanti all'immagine di quella felicità. Una spasmodica confusione si metteva nelle idee di quella donna, nel suo cuore, in tutta lei. Non era precisamente il rammarico del suo operato, bensì un lontano equivoco senso di disperazione incongrua, in contraddizione flagrante coi suoi mirallegro, era forse ciò che può provare un suicida che non è morto subito come credeva, ma sa che morrà tra breve, e ora non sa più se ha fatto bene o male a voler morire! Più volte disse a sè stessa: — Partirò.

Ma dove andare? L'idea di veder gente le dava delle acute orripilazioni di nervi. E in quella solitudine, ove pure soffriva tanto, c'era il ricordo, era rimasto il luogo ove s'erano incontrati.

Poteva vederlo ogni giorno quel luogo, se voleva. Era sempre là quello spazio erboso, una piccola spianata, come una sosta sul sentiero in discesa. Era là tuttora quel tronco d'albero a cui egli, pallido, s'era appoggiato. Vi si appoggiava ora, ella, pallida alla sua volta, cogli occhi socchiusi, colla bocca semi aperta. Là egli era apparso, era venuto a cercarla, a offrirle l'amore, la vita, l'avvenire. Là le sue braccia l'avevano stretta, là le loro labbra s'erano unite... Ah! il ricordo di quel bacio, di quella tempesta di baci! Le pareva di sentirli ancora, di dibattersi, di ricusarli... Ma essi non volevano andar via, tornavano irruenti, scottanti come uno sciame di farfalle di fuoco, ch'ella era impotente ad allontanare, che le gridavano: «Ma non vedi che sei tu che ci chiami, che ci vuoi, malgrado tuo; non lo comprendi che è la rivincita, che è ciò che doveva essere, ciò che non sapevi, ciò che ancora vorresti, ma che non puoi più ignorare?» E nella sua mente, nel suo spavento, nel suo sangue, l'eco di quei baci si ripercuoteva incessante sino a flagellarla nell'animo, nei sensi, sino a trarla di senno, sino a strapparle dalle labbra un grido in cui suonava, come un folle disperato richiamo, il nome di colui ch'ella aveva ricusato e respinto... il nome di Roberto. E finiva col fuggire, disperata ella stessa, da quel luogo.

Ma per tornarci.

***

A volte non era più quella sensazione. Era l'antica larva della tenerezza materna che tornava, il bisogno acuto di un essere da amare, da educare, da avviare al bene, il rammarico dell'opera, della missione incompiuta. Ora in una forma nuova, con una inattesa entità di strazio, la colpiva una nuova immagine della sua vita, vuota, arida, incompleta. Ella non era stata amante, non era stata madre. Era bensì stata sposa... ma come?... Un tempo ella aveva avuto una specie d'insano orgoglio di quella sua esistenza a parte, in cui l'elemento intellettuale predominava, imponendo il proprio giogo alla femminilità stessa di lei, costringendola a rinnegare sdegnosamente il resto e a ignorarlo. Così, in quella specie d'intangibile Dea, molti avevano scordato la donna. Ella stessa l'aveva scordata!

Ed ecco ch'era venuto un uomo giovanissimo, senza esperienza, ignorante di una infinità di cose, nè più cattivo, nè migliore degli altri..., facile alle seduzioni, ma non corroso dallo scetticismo, indipendente dalle opinioni altrui, fedele a sè stesso e al suo desiderio, qualunque fosse. Era venuto fuor di tempo, fuor di proposito, ma senza cruccio alcuno di tempo o di proposito. Era bello, forte, sano di cuore, sventato..., irresistibilmente portato all'amore, creato per subire il fascino ed il giogo della donna. Aveva subìto quello di Elisa, quello che per l'appunto ella ignorava di avere... Coll'audacia e la serena imprudenza della sua età e dell'indole sua, egli aveva avuta un'accortezza, pur sì facile, ma che non avevano avuta gli altri: invece di studiare o di ammirare quella donna, l'aveva amata semplicemente, insegnandole così il vacuo errore di cui ella aveva finito coll'esser vittima, a spese di sè stessa.

A un tratto e pur così tardi, all'undicesima ora dell'amore della donna, nella vita di Elisa aveva posto piede quel fanciullo, era andato diritto, coll'audacia dell'ignoranza, là dove i tesori di quel cuore giacevano inerti, inavvertiti. E nella Dea egli aveva semplicemente, ridendo, risvegliata la donna!

Per compiere il sacrifizio del rifiuto, ella aveva tutto chiamato a raccolta; non solo il suo senno, ma anche il cuore. Era la gratitudine; era l'amore stesso che le avevan detto: «Non accettare.» Era anche una segreta viltà, il vago spavento di ciò che avrebbe potuto, dovuto forse soffrire più tardi... S'era immolata, perchè Roberto potesse esser felice con una sposa giovane, più bella, migliore di lei. Aveva sacrificato il suo amore, perchè il mondo non lo deridesse! Questo aveva fatto, in un parossismo di sgomento, coll'esaltazione, la cieca sete di martirio che sta talvolta in fondo al cuore della donna e che spesso e pur non sempre è la guida migliore del suo operato.