Ma il filo non si spezzò, e otto giorni dopo quella notte, piena per entrambe di sì vive emozioni, Tecla ed Elisa si dicevano addio. Elisa partiva per Firenze per ritrovarvi Roberto, per dirgli che s'era ingannata, che lo amava e che sarebbe sua.

Tecla rimaneva, aspettando.

Il medico aveva raccomandato di evitare a Tecla ogni forte impressione. L'addio fu dunque calmo. Solo all'ultimo momento, mentre Elisa si chinava per baciare l'amica coricata sul divano, questa si sollevò alquanto, e tracciò un piccolo segno di benedizione sulla fronte di Elisa. Ed Elisa ebbe un rapido ricordo di quella benedizione che aveva messa, lei, come una madre, sulla fronte di Roberto, quando egli doveva battersi con Carisi. Un lampo di terrore, il senso indefinito di un rischio, di un pericolo le attraversò l'anima, come un razzo che fende l'aria gioconda d'una notte di festa.

Ma subito sorrise, libera da quel semi pensiero. Ah!... ma non eran passati due mesi!...

XVII.

Sulla piattaforma interna della stazione Elisa aspettava il diretto che, proveniente da Milano, doveva portarla a Firenze. Le pareva che non giungesse mai, benchè solo di tre minuti, quando giunse finalmente, fosse in ritardo dell'orario. Seguita da un domestico di Tecla, che l'aveva accompagnata alla stazione e recava il suo piccolo bagaglio, ella stava in attesa della discesa dei passeggieri dai carrozzoni di prima classe, sperando di scoprirne uno vuoto per compiervi sola, possibilmente, il suo viaggio, quando, dall'interno per l'appunto di uno dei carrozzoni, udì una esclamazione di grata sorpresa, e il suo nome pronunciato da una nota voce.

Quasi in pari tempo, un viaggiatore balzò a terra. Era Marcello Plana.

— Oh Contessa! che sorpresa, che piacere!

— Andate a Firenze?

— Certo. E voi?