— Io pure. Volete salir qui?

Senza rispondere, Elisa fece un cenno al domestico che depose la valigietta nel vagone. E dieci minuti dopo, Elisa e Don Marcello stavano seduti di fronte in quella carrozza, mentre il treno filava diritto verso Firenze. Erano soli, e Marcello guardava Elisa sorridendo, con quel suo inesorabile scrutinio dello sguardo.

Elisa rideva, conscia, con dei rossori, cercando invano di negarsi a quella divinazione che la perseguitava.

— Ebbene, cos'è avvenuto? Perchè siete così bella? Cosa c'è nell'animo vostro per avervi fatti sì splendidi gli occhi?

Questo dicevano i suoi, mentre la voce aveva accenti e parole quasi indifferenti. Sotto l'insistenza di quell'intima indagine ella sentiva ricercato l'animo suo; era un appello diretto, giustificato dall'antica confidenza reciproca, ma Elisa provava in quel momento una strana sensazione. Quella, cioè, che del suo amore fosse più facile il viverne che il parlarne.

Per qualche tempo, seguitarono così, con un battibecco di sorrisi, di parole, in cui penetrava una sottile incertezza di frasi accuratamente scevre d'ogni possibile appiglio alla non voluta interpretazione...

Poi, a un tratto Elisa bruciò le sue navi.

— Non mi chiedete da dove vengo?

— Lo vedo. Da ***, una bella cittadina, n'è vero?

— Sì, credo, non l'ho vista. Sono stata da...