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Testè compiuta la terza corsa. S'è appena estinto, nell'immensa folla, il lungo mormorio di acclamazione al fantino vincitore. Un triplice rango di equipaggi signorili ingombra il lungo tratto di via, appiè dell'altissimo terrapieno che regge il viale maggiore delle Cascine. A sinistra dello sbocco, l'altura è orlata d'una bassa siepe, dietro la quale si pigia e si protende un'altra e fittissima siepe di spettatori, giudici di lassù, al fresco ed all'ombra, delle vicende e della vaghezza dello spettacolo sottostante. Un'altra ressa di spettatori pedestri si è fatta strada abbasso tra il formicolio dei legni fermi al loro posto, e fa ala lungo il lato destro di questi, costeggiando il cordone che segna il percorso dei fantini. In fondo, a capo di quell'interminabile assembramento di pedoni e di carrozze, sventolano le bandiere e gli addobbi degli steccati eretti per la circostanza, il palco reale, le tribune dei soci, delle signore, le scuderie e il locale del Jury. Di là vengono dati i segnali, là si pronunciano i verdetti, si registrano le scommesse e si concretano le più genuine emozioni del vero sportman. Colà si riuniscono attorno ai drags, ai breacks o ai dogcarts, dai quali sono stati staccati i cavalli, i membri più influenti della Società ippica. Quivi, all'alto di quei legni, che fanno pel momento ufficio di palchi, spiccano le più trionfanti bellezze del mondo fiorentino, le signore che più hanno o possono ostentare la passione dello Sport. Quivi s'accoglie il fior fiore della società mascolina, e, fra una corsa e l'altra, allegri pasti di sandwicks inaffiati di marsala o di champagne si consumano a ristoro delle lunghe attese e delle varie emozioni della giornata. Alla parte opposta, al centro del tracciato della pista, nereggiano, fatte piccine all'occhio dalla distanza, le carrozze escluse dal recinto privilegiato dei soci, ed un più scarso convenire di spettatori che non hanno temuto, per trovarsi colà ad agio, quietamente, di percorrere un lunghissimo tratto di via circolare. Lontano lontano, nello sfondo dell'immensa prateria, si disegna, vaporosa, la linea ondulata delle colline, e qualche grande fienile mette isolata la sua nota di fabbricato rustico. Verso la stazione, dei rombi, dei fischi, affievoliti dalla distanza, e qualche rapido trasvolar di treni stridenti sulle rotaie, accennano, quasi importuni, al fervere di un'altra vita. Poichè chi può pensare a lasciar Firenze quel giorno, a spiccarsi da quel luogo ove tanta e sì varia gente è felice di trovarsi, in un solo impulso di sfoggio di godimento comune del paro ai grandi e ai piccini, all'aristocrazia regnante, ai forestieri, alla folla minuta del popolino, ricco di un magnifico senso estetico di ammirazione, pago della sua gaiezza filosofica di apprezzamento spruzzato d'umorismo critico... la folla, che ancora s'inorgoglisce dello sfoggio dei suoi signori, che adora i cavalli, che si elettrizza per ogni corsa, anche se ridotta a due soli corsieri, appartenenti alla stessa scuderia?... E, sopra quello splendido spettacolo, azzurreggia uno splendido cielo: Maggio ride nell'aria. Le fioraie circolano costantemente sul luogo. Dall'interno delle carrozze, dagli occhielli de' soprabiti, una superba e delicata magnificenza di colori, un olezzo persistente ricordano il privilegio a cui deve il suo nome la città. Le Cascine verdeggiano immense, piene d'ombra. Su negli alberi, all'altezza dei nidi risuona, immemore del fruscio sottostante, una confusa dolcezza di gorgheggi e di pigolii; talvolta persino, in un momento d'attesa, quando la folla per meglio vedere sta immobile e frena le sonorità del suo alito, un lungo perlato a-solo di usignolo si fa audibile e si diffonde di lassù, chiaro, patetico, come nella mistica calma di una solitudine!

Dall'alto del suo seggio, il cocchiere della contessa Serramonti scambiava, col domestico testè balzato a terra, degli sguardi di stizzosa costernazione. Poichè erano giunti assai in ritardo, e i posti migliori, quelli a fianco del cordone, erano occupati dalle carrozze più sollecite a giungere, ed egli aveva dovuto fermarsi, ignominiosamente, in terza fila. Ciò gli amareggiava la gioia del trionfo. Era stato veramente un trionfo il suo procedere al piccolo trotto dei Mecklemburghesi corvettanti, mentre il sobbalzo leggero delle molle imprimeva al landau una mossa squisita di lieve altalena. Aveva ben visto egli, sul suo passaggio, gli sguardi ammirativi degli intelligenti, dei camerati, di quelli che possono criticare! Oh potevano guardare per l'appunto... E anche la signora non guastava.

No, Elisa non guastava. Nicchiata come la perla nell'astuccio, nell'eleganza inappuntabile del legno, consentendo la persona, con un'inconscia voluttà di abbandono, alla movenza morbidamente sussultante del carro, raccoglieva anch'ella sul suo passaggio la messe di un omaggio, che scendeva inesprimibilmente caro al nuovo orgoglio del suo cuore. Fra le molte conoscenze che, sorprese di vederla, così inattesa e così inattesamente bella, la salutavano ora, vivamente, come premurosi di ricordarsi a lei, fra i componenti di quei circoli che aveva sempre frequentati, ella passava quel giorno colla coscienza di una fiera battaglia combattuta e vinta, nell'audacia serena della sua ribellione. Rispondeva ai saluti colla grazia sorridente di una sovrana. Un po' pallida ora, ma di un pallore rosato, che pareva anch'esso una trasfigurazione.

Ed ella si andava dicendo: — Ora, fra poco, da un momento all'altro.

Quando aveva dato ordine al cocchiere di fermarsi, era perchè aveva visto Don Marcello Plana. Appena i loro sguardi s'incontrarono, egli venne a raggiungerla. Egli l'aspettava, da tempo e ansiosamente. Per un secondo, rimase immobile, muto, sotto l'impero di quel fascino a cui nessuno poteva sfuggire quel giorno.

Elisa gli stese la mano; poi, colpita alla sua volta dall'espressione turbata del volto di lui, gli chiese affettuosamente:

— Cosa avete?

— Nulla... vi assicuro. Siete splendida. Usciste ieri? avete veduto gente?

— No, sono stata in istretto incognito come una regina.