— Ah! — fece Marcello, mordendosi le labbra.

Parve prendere a un tratto una risoluzione, e si chinò per dir qualche cosa all'orecchio di Elisa; ma Elisa si volgeva in quel momento verso l'altra portiera, alla quale s'era testè accostato, raggiante della contentezza di rivederla, il vecchio duca di Sant'Eremo.

Nè, da quel momento in poi, tornò possibile a Marcello intrattenere in disparte la contessa Serramonti. Attorno al landau si assiepò, rinnovandosi perennemente, una corte di amici e di conoscenti. Nelle carrozze vicine si ammirava, si invidiava quella signora tanto attorniata, a cui veniva offerto visibilmente l'omaggio che meritava la sua bellezza, l'incanto della sua figura, della sua conversazione. Poichè ella, conscia del suo potere, lo esercitava liberamente in quel giorno con un segreto, amoroso desiderio che anche l'amor proprio di Roberto fosse beato di ritrovarla così potente di attrattive e di fascino, prima ch'egli si sentisse dire da lei: Prendimi ora, sono tua!... E mentre rideva, scherzava, guardando, aspettando, il cuore precipitava le sue pulsazioni, e un piccolo spasimo faceva sussultanti le vene del suo collo nelle diramazioni dell'aorta.

***

Anche Pippo Gerri, nel corteo della Contessa.

Un buon figliuolo davvero quel bolognese spensierato, allegro, e che invecchia invano; sempre giovane nei gusti e nelle manìe. Fanatico di Sport, ha speso in cavalli il fiore del suo patrimonio e dei suoi anni. Non gli rimane ora che una magrissima rendita, da cui ritrae a stento quanto può consacrare a dei platonici pellegrinaggi sportivi nelle città d'Italia dove hanno luogo le corse. Capita ogni anno a Firenze all'epoca consacrata, per una diecina di giorni, durante i quali rivive cogli amici fiorentini un po' della sua vecchia vita elegante e scapatina, e fa incetta di tutti i fatti del giorno, per recarli poi con sè, come un bottino, a conforto della sua morta vita di nobile spiantato e di sportman a piedi.

Passando, ha trasecolato d'ammirazione davanti all'equipaggio della Contessa. Poi vedendo che anche ella è molto ammirata, si ricorda per l'appunto che da un anno all'altro ella è sempre stata gentile per lui e si reca immediatamente a farle omaggio. Ma non s'è trattenuto cinque minuti con lei che... drelin, drelin, ecco la campanella della quarta corsa, l'handicap!

Ah cieli! come farà ora Pippo Gerri per vedere, per giudicare? Nella sua angoscia avverte che è vuoto il posto del domestico a cassetta. Con uno sguardo chiede il permesso; l'ottiene, s'arrampica, lesto, e su, brandisce la sua patent lorgnette, guarda, vede, è felice.

Nell'eccitazione improvvisa del momento, il crocchio della Contessa si è sciolto attorno alla portiera; tutti si sono accostati al cordone. I fantini passano quasi paralleli nel corso frenato del primo giro, le teste si voltano, i busti si protendono nella loro direzione, si ode, nel gran silenzio generale, il passo dei cavalli sulla pista, simultaneo, rimbombante come il batter d'una piccola grandine, come un lungo fremito fischieggiante il fruscio dell'aria che gonfia le giubbe dei fantini. Tutti i canocchiali sono appuntati sovr'essi, li segue un lungo mormorìo della folla, le signore si alzano, stanno ritte in punta di piedi sui cuscini delle carrozze.

Ma Elisa non volge neppure il capo, non guarda alla corsa. Non è una sportwoman in quel momento. Non le par vero di poter riposare un secondo. È sola. Plana è testè andato per suo incarico a salutare un'amica comune.