Ad un tratto, con un violento sobbalzo del cuore, ella si china a destra sul passaggio di un giovane che cerca frettolosamente di farsi strada fra un legno e l'altro per recarsi verso gli steccati. Ma egli si ferma a un tratto. Elisa lo ha chiamato dolcemente per nome:

— Roberto.

Egli pare colpito, come se avesse toccata una scossa elettrica. È lei, lei ch'egli credeva lontana, immemore di lui... Lei, quella che lo ha respinto, trattato come un fanciullo e che ora lo chiama così, con un cenno, con un sorriso.

Si accosta alla portiera con un'esclamazione vaga, che gli muore in gola.

Sono isolati, in quel momento, dallo spettacolo che avvince l'attenzione della folla. S'ode da lungi il galoppo precipitato dei fantini al secondo giro. Elisa sente che precipita la corsa, ormai sfrenata, del suo destino.

Ancora si china, lo avvolge d'uno sguardo sublime, in cui ha messo tutto ciò che ha sofferto, tutto ciò che ha deciso, il suo amore, tutti i suoi amori per lui, la rinunzia, la piena offerta di sè stessa.

— Venite stasera da me... Ho una cosa da dirvi.

Roberto trasalisce, il suo volto s'imporpora, fa col capo un gesto vago, che può essere un cenno di adesione; nei suoi occhi si riflette un disperato smarrimento.

È sempre bello come un Dio; ma quanto è smagrito! come son cerchiati, più di prima, i suoi occhi! Ah! grida il folle cuore di Elisa, ha sofferto dunque... anche lui!...

Di nuovo i fantini passano nella foga delirante dell'ultimo sforzo. Passano come lampi, con un violento mulinello delle braccia che sferzano i cavalli, con un rauco gridìo di bestemmie, d'incitazioni e subito dopo, da lungi, il campanello proclama l'arrivo fra le acclamazioni della folla. Attorno al cordone cessa l'assiepamento, il crocchio della contessa Elisa si ricompone attorno a lei, il suo colloquio con Roberto è interrotto.