Elisa lasciò cadere su di lui uno sguardo di immensa pietà.

— Ebbene, — continuò la Duchessa, — cosa fate lì, come una marmotta? Venite ad ammirare la contessa Serramonti. Non è forse ammirabile? E voi, che foste sempre il suo beniamino, il suo protetto, fate una bella cosa, decidetela a venir con noi in Svizzera. Pensate che piacere farebbe a voi e a tutti quanti!

La sua voce strideva ora, gettando, in tuono scherzoso e disinvolto, quest'ultimo sforzo d'ironico insulto. Elisa la lasciò dire. Poi rispose a tuono, semplicemente, scusandosi, come se l'avesse ricevuto sul serio, e in condizioni normali, di non poter accettare l'invito.

E mentre così diceva, con una specie di calma quasi soprannaturale, il suo sguardo aveva ritrovata l'antica sfumatura di sprezzo quieto, triste, quasi involontario. E Ginevra fremeva, ritrovandolo in lei, intatto, malgrado l'amore, lo strazio, la disfatta! Poichè quello era il primato intangibile della donna pura e leale, il primato ch'ella serba eterno, dinanzi a quella che non lo è, qualunque sia la complicità, il favore, che la codardia dei tempi e la viltà degli uomini possano a questa prodigare!

Ginevra ebbe una magnifica trovata di ultima parola, mentre si congedava dalla sua bellissima amica la contessa Serramonti. In realtà, quello sguardo di Elisa le aveva alquanto guastato il divertimento del trionfo. Ma a ciò non pensò Elisa. E quando la vide allontanarsi ridente, gaia, seguita da Roberto, non sentì più, ella, d'aver trionfato. Sentì solo che quella donna le aveva preso Roberto, che glielo aveva portato via definitivamente, per sempre...

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Rimase sino alla fine delle corse.

Marcello Plana le stette sempre accanto, e quando, compiuta anche la malinconica cerimonia della gara di consolazione, si produsse nell'agglomeramento degli equipaggi l'ondulamento diffuso che precede la partenza, Elisa invitò Plana con un cenno a salirle accanto. Ora, non era più costretta a parlare, e non diede neppure ordini al cocchiere.

Ma Giacomo voleva rifarsi, voleva far vedere la sua pariglia in azione. Tenne dietro all'immensa sfilata degli attacchi che si mettevano pel viale delle Cascine. Poichè la folla si precipitava ancora colà, insaziabile di vedere. Per una tacita convenzione, tutti i cocchieri facevano assumere ai cavalli un moto più rapido, più brillante degli altri giorni; era ancora una festa e una gara. Gli innumerevoli legni passavano, s'incrociavano fragorosi per tutta la larghezza del viale coi loro carichi di servidorame in gran gala, di signore eleganti, briose, eccitate dalla coscienza dei propri trionfi. A quel nugolo di carrozze signorili s'era venuta ora accomunando la squadra leggera dei veicoli d'affitto, le carrozzelle intrepide, gli svelti baroccini, mettendo una nota ippica più democratica, più chiassona nell'assieme dell'accolta, e facendo anche, col contrasto, maggiormente spiccare lo sfarzo degli attacchi signorili, il valore ed il pregio dei cavalli fini. E in quel giorno, tra le famose pariglie sì care all'amor proprio dei Fiorentini, le sfarzose daumont e i molti tiri a quattro, condotti dai proprietari, primeggiava, segnalandosi tanto per l'assoluta perfezione dell'attacco quanto pel supremo chic di quanti lo occupavano, il magnifico drag di Roberto Rescuati. Lo guidava egli, e al suo fianco stava la duchessa Ginevra. Dietro, quasi subito dopo, veniva la splendida daumont di casa d'Accorsi, che aveva condotto Ginevra sul prato, e che occupavano, soli, il duca d'Accorsi e Neri Speroni. Roberto non parlava; stava accigliato, assorto, cogli guardi fissi sulle redini. Ginevra gli torreggiava accanto, ridente talvolta quando il drag s'incrociava con altri legni siffatti occupati da conoscenti ed amici, fingendo d'aver paura, di non fidarsi dell'automedonte novellino, parodiando dei piccoli segni di croce spaventati, che provocavano le più matte risate. E così ancora, più volte, nelle vicende della corsa rapidissima, Elisa vide passare dinanzi a sè il drag di Roberto, si vide guardata da Ginevra, così; dall'alto al basso. Ma non diede al cocchiere ordine di sorta.

Finalmente, l'ombra si mise, umida, sotto la volta del densissimo verde, e l'immensa sfilata, decidendosi al ritorno, sboccò pel Lung'Arno, costringendosi nello spazio fra i due marciapiedi destinati ai pedoni e ancor tutti neri di folla. Le finestre eran tuttora gremite di gente; agli sbocchi delle vie, dietro le spallette dei ponti, si pigiava una moltitudine borghese infronzolita e una minutaglia clamorosa di popolino. Allo scalpitio ritmico dei cavalli pareva tener bordone lo scroscio perenne della pescaja d'Arno, una sola immensa forza di impulsione pareva trascinare come una valanga verso l'interno della città quella massa enorme di cavalli, di carrozze, di gente. Dietro di essa, in una nube di polviscoli dorati, che parevano a volte velarla d'una nebbia fosforescente, il sole l'accompagnava, seguendola con gli splendori di un lungo tramonto d'oro, accendendo da tergo, nei cristalli delle finestre e dei lampioni, nella lucentezza delle vernici, nei bottoni delle assise, negli ottoni e negli argenti delle bardature un'orgia, una confusione di riflessi abbaglianti, degli incendi di luci guizzanti, che davano agli occhi un senso di ebbrezza e di vertigine. Ed era uno spettacolo unico, eccitante, che pareva volere, glorificando così la sua fine, dare allo spettatore una matta violenza d'impressioni tumultuanti d'arte, di cielo, di sfarzo moderno, ippico, mondano, un'apoteosi insomma in pieno secolo decimonono, ma quale sola, esclusivamente, possono consentirla l'ambiente, le attitudini, i gusti, l'inesauribile incanto speciale della vita fiorentina!