Elisa lo guardò bene in viso per vedere se scherzava. Poi disse semplicemente, con schietta meraviglia:

— Perchè?

Don Marcello sorrise. Un sorriso tutto suo, che impartiva un piccolo moto sarcastico ai lunghi mustacchi bianchi onde aveva sì forte rilievo la sua fine ed ancor giovane fisonomia di gentiluomo. Elisa lo guardava attentamente, nell'attesa di una spiegazione, che non venne.

— Perchè? — disse ancora serenamente. — Cosa sarebbe l'amicizia se non desse dei diritti e dei doveri? Tecla non mi dà forse la più alta prova di fiducia e d'affetto, credendomi degna di giovare a suo figlio?

Egli sorrise ancora, a modo suo.

— Oh... non abbiate paura. Ne siete degna e gli gioverete. Spero che avrete sufficiente influenza sull'animo suo per indurlo a mutar sarto, per esempio...

— Oh, si veste orribilmente, è vero. Ero sulle spine, martedì sera. Avete veduto come sogghignavano quei giovani? Che volete! È triste a dirsi, ma scommetto che è il portiere del suo palazzo che lo ha vestito sino ad oggi.

— Suvvia, coraggio. Non vi sgomentate così. Imparerà. Vi pare abbastanza intelligente per ciò e per il resto?

— Oh Dio! A dir vero, non so... Pare che per lo studio non abbia mai avuto trasporto. Martedì, a pranzo, l'avevo messo tra il comm. Gerra e il principe di Cannera. Ho una gran paura che si sia annoiato. Certo non aveva l'aria di divertirsi. E quei due avevano fatto l'impossibile, glielo avevo tanto raccomandato! E alla sera, mentre si eseguiva il terzetto di Grieg... sapete, quella sublime cosa, in fa minore. Ebbene, lo credereste? lui, quel mio figliuolo, l'ho visto sbadigliare più volte dietro il gibus, e finalmente lemme lemme, nel più bel punto della suonata, si è rifugiato nel fumoir.

— Orribile, infatti. Dunque per voi è stata una delusione?