— Vi pare, credete che ci riescirò? — soggiunse, vedendo che l'amico la fissava arricciando nervosamente i lunghi baffi. — E non vi sembra che, ad ogni modo, valga la pena di tentare, per la mia povera Tecla, se non altro?

— Dio la benedica, la povera Tecla, — rispose un po' bruscamente don Marcello. — Credo che riuscirete, se ho a dirvelo, e forse al di là di quanto sperate.

— Dunque tutto è per il meglio, nevvero?

— Già, tutto per il meglio. Ora, se permettete, mi congederò da voi. Mi spiace quasi di partire domani, sapete? Avrei assistito volentieri allo svolgimento di quest'azione, diremo così, educativa.

— Allora, quando è così, restate. Mi darete dei buoni consigli.

— Perdonate. Non li prodigo, quando non sono accetti. Ve ne ho dato uno più volte... No, no, non fate la faccia seria, non insisto. Quello di oggi non l'avete ascoltato, forse non l'avete neppur guardato in faccia abbastanza per ravvisarlo. Ma ora è tardi, e voi dovete andare dalla signora Peruzzi, che vi deve presentare Gregorovius, non è vero?

Essa lo lasciava dire, dubbiosa. Cercava di afferrare, attraverso la velatura del sorriso ironico, il pensiero ch'egli si ostinava a celarle.

Sentì di esser meno forte di lui e rinunziò a penetrare quel segreto.

Finalmente, egli si alzò per partire. Ma prima le ripetè una raccomandazione, quella di scrivergli. Ancora ella promise.

— Tutto? — chiese quell'incredulo ostinato.