La banda militare suonava, sul piazzale c'era ingombro di carrozze. Quella della duchessa d'Accorsi stava ad uno dei posti migliori. Non l'equipaggio di gala, bensì la giardiniera colle stoffe e le vernici verde olivo. Poco lungi, dietro la giardiniera, era fermo parimenti un leggiadro tandem da giovanotto, ma il groom soltanto stava a custodia del magnifico trotteur; il padrone, Dino di Follemare, era sceso, appena aveva visto arrestarsi la giardiniera e stava ora alla portiera di questa.
La duchessa Ginevra era sola nel legno. Donna Marina passeggiava nel viale dei pedoni, con una sua amica inglese. Sua madre l'avrebbe chiamata più tardi, all'ultimo giro.
Il posto della giovane era attualmente occupato da un cane accovacciato in dormiveglia sur uno scialle persiano. Fido compagno della Duchessa, quell'orribile Tom era un piccolo bull terrier bassotto, arcigno, dal muso nero, grottescamente feroce.
Sul sedile dirimpetto giaceva un vaghissimo mazzo di perus japonica. Una primizia anche a Firenze, in dicembre, quei boccioli di un cupo scarlatto, che parevano mettere una chiazzatura sanguigna sul verde dei cuscini.
La Duchessa era vestita di velluto grigio, con una guarnizione di grèbe, non di ultima moda, ma che pareva fatta apposta per lei, coi suoi riflessi splendidamente argentei. Il suo fitto velo di garza chiara, rialzato, le faceva quasi un diadema sul pallore giallastro della sua fronte.
Presso alla sua portiera non stava solo Dino Follemare. Parecchi fra i più noti frequentatori del Club, alcune fra le più notevoli personalità dell'aristocrazia fiorentina le avevano già fatto d'attorno un po' di corteo. Anche là ella teneva circolo, dominando ed avvivando sempre la conversazione col mordace suo spirito, coll'impunità da tanto tempo acquisita anche ai suoi detti. La conversazione era libera, viva, non pietosa a chi n'era oggetto. E veramente, di fianco a quella formidabile giardiniera, gli altri equipaggi non facevano lunghe soste. Le signore paventavano per istinto e per esperienza i commenti spietati di quel crocchio, la libertà del linguaggio su tutto e per tutto, quei decreti senza appello sull'eleganza o sulla bellezza. Provavano lo sgomento istintivo dello sguardo, spesso sì beffardamente sagace di lei. E lo sentivano tanto da scordare il diritto che avrebbero avuto di giudicare lei. Ma che! Tutte s'erano abituate ormai a quell'eterno spettacolo del tandem di Dino Follemare fermo, in attesa, dietro la carrozza della Duchessa. Al più, qualche mamma sospirava pensando che Dino sarebbe stato un sì bel partito, un tempo, prima che si fosse sì nobilmente rovinato per tener dietro al lusso di cavalli di casa d'Accorsi. E certamente, se n'erano fatti e se ne facevano sempre dei bei matrimoni alle splendide feste della Duchessa! E ci si divertiva tanto: erano, curioso a dirsi, tanto scelte! Perciò, quasi tutte le signore, passando, salutavano con grande spesa di sorrisi gentili.
Varie carrozze s'erano già successe nello spazio prossimo alla giardiniera, quando giunse e si fermò un elegante calèche inglese, dalle morbidissime oscillazioni, molto apprezzate dagli intelligenti. All'interno stava una signora vestita di bruno. L'occhialino della Duchessa fu tosto in moto, e nel crocchio fu uno scappellare rispettoso e generale.
— La contessa Serramonti, che novità! — disse la Duchessa, dopo aver mandato ad Elena un saluto ed un sorriso, scelti nella gamma dei suoi migliori.
— È vero, viene di rado, — osservò Gino Casabello.
— Oh! — ribattè Gincora ridendo, — non è già una sfaccendata della nostra specie; ha meglio a fare, sapete.