— Ma no, — disse Sacha Dzworkoff, un russo malato di petto che veniva ogni anno a svernare a Firenze ed era diventato più fiorentino del vero, — no, non ha nulla di meglio a fare, pur troppo.

— Oh per quello! — osservò Guido d'Aspano, che non capiva perchè gli altri ridessero del patetico «pur troppo» di Dzworkoff — è una donna assai occupata, è una delle più assidue frequentatrici...

— Del monde où l'on s'ennuie — interruppe il piccolo russo con tanta foga, che la fine della sua frase gli morì in un lieve accesso di tosse.

— Vi prego di osservare, — disse la Duchessa ridendo, — che viene sempre anche da me. Suvvia, Sacha, non calunniate una donna tanto esemplare. Fareste infinitamente meglio a tentare di farvi sposare da lei. Sarebbe una buona occasione per voi di far giudizio o di pagare i vostri debiti.

— Oh, Duchessa! Sapete quanto il freddo mi è proibito per la mia salute, e mi suggerite il Polo Nord in moglie. Volete proprio la mia morte, allora?

Là Duchessa rise di cuore a quell'uscita di quel capo scarico, dicendogli che era un monello incorreggibile, e ch'egli e tutti loro non sapevano nulla di nulla. Invece di dir tante freddure sul conto di quella cara Elisa, dovrebbero andare pietosamente a consolare la sua solitudine.

— Uhm, — ribattè Dzworkoff, — saremmo un po' in ritardo, per l'appunto. Guardate. Un cavaliere si accosta alla sua portiera.

— È vero, — sclamò Ginevra. — E un bel giovane anche! Curiosa!

Per un momento nel crocchio fu silenzio. Tutti osservavano, attenti, il giovane che, montato su un morello di elegantissime forme, veniva a presentare i suoi omaggi alla Contessa. La salutò con una certa grazia innata e naturalmente distinta, trattenendo con molto garbo ed abitudine della sella, il cavallo irrequieto.

Roberto Rescuati era ciò che si chiama un bel cavaliere, forte ed elegante ad un tempo. S'indovinava in lui una consuetudine antica e la passione di quell'esercizio.