Egli si mise a ridere.
— Perchè, ecco. Avevo sentito certe storie! Scusi sa, ma proprio non capisco! Se è vecchia quanto il brodo, e brutta come.... Oh, lo direbbero così bene laggiù, da noi. Ma scusi, — soggiunse con un subito timore d'essere stato imprudente e scortese, — quella signora è forse una sua amica intima?
Ella ebbe un rapido, altero cenno di diniego.
— Oh no... no...
S'avvide, dall'aria attonita di lui, di essere stata troppo vibrata nel suo: no.
— Ci vediamo, — soggiunse con maggior pacatezza, — ci incontriamo di spesso, ma non siamo in relazione molto stretta. Ha una figlia alla quale sono molto affezionata, una cara giovane. La Duchessa riceve molto, ed ha molto spirito; vi sarà certamente utile per tutto ciò che riguarda la società. Per ciò avevo pensato di presentarvi.
— Oh! quando crede — mormorò il giovane, ma con accento sì poco entusiasta che Elisa ne rimase un po' scoraggiata. Era a Firenze da un mese, Roberto, ed ella non aveva ancora potuto scrivere a Tecla ch'egli fosse il beniamino delle signore. Sino a quel tempo aveva frequentato più che altro le scuderie, e, certo in quei pressi, aveva acquistate le sue nozioni elementari sul conto della società fiorentina.
— Ebbene, allora diciamo la settimana ventura, eh? Vi pare?
Gli parlava dolcemente, dandogli del voi, mentre egli le dava del lei, come era convenuto tra loro.
Egli s'inchinò pensando: Ouff! e non sapendolo ben nascondere. Proprio, non ne aveva voglia di quella presentazione. E quella cara Contessa ne aveva sempre una. O non l'aveva fatto trottare per tre ore, non più tardi di ieri, dagli Uffizi a Pitti per veder dei chilometri di tele dipinte! E l'altro giorno, quella lettura al Circolo... Misericordia!