— Ah! povera mamma! È un secolo che le devo scrivere. Anch'io, domani o doman l'altro senza fallo... Se le scrive, glielo dica.

Ma Elisa sapeva che Tecla non avrebbe sì presto lettera di suo figlio. Roberto non era assiduo corrispondente. Come aveva detto, aveva spesso degli impegni.

Ma dell'indole precisa di questi impegni non aveva creduto dover informare la sua protettrice. E questa pensava in cuor suo: Non è ancora il cominciamento, in ogni caso.

E dietro loro, soletta (ah! non soleva esser così un tempo) la contessa Flora Bandi Corvini, col suo riso silenzioso, pensava: Contuttociò.... voleva dir qualcosa Ginevra!

V.

La contessa Elisa Serramonti aveva, lo sappiamo, molti amici. Il migliore fra questi era indubbiamente Marcello Plana.

Meglio di ogni altro, egli conosceva ed apprezzava quella donna. La sua ammirazione era più sagace di quella degli altri. Sapeva di lei qualcosa che essi e lei stessa ignoravano. La trovava troppo perfetta, troppo satura di saggezza e di ragione. Una volta le aveva detto ch'ella soleva esser giusta per tutti, meno che per una persona, la quale un giorno o l'altro avrebbe potuto vendicarsi. Elisa non era mai riescita a fargli dire chi fosse questa persona.

Marcello Plana ed Elisa Serramonti non erano sempre d'accordo. Forse era provvidenziale per la prospera sorte dell'amicizia loro che non abitassero nello stesso luogo.

Avrebbero finito col fraintendersi.

Egli era talvolta pungente nei suoi apprezzamenti, mordace nei suoi giudizi; la singolare sua penetrazione rendeva formidabilmente indovino il suo spirito. Aveva per quella donna, che tanti invidiavano e che conduceva un'esistenza sì consona ai propri gusti, una specie di bizzarra pietà, ch'ella avvertiva bene spesso, provandone una vaga irritazione intima. Non amava d'essere compatita.