Su un punto, più specialmente, s'accentuava il loro disaccordo. Egli la consigliava a rimaritarsi. Ma ciò per l'appunto, ella non voleva. Adduceva a sua difesa cento e una ragioni, tutte stimabilissime e molto logiche. La litania cominciava e finiva invariabilmente con una nota antifona: «Ho trentasette anni. È troppo tardi per ricominciare la vita».
Ma anche in altri argomenti erano spesso di opinione opposta. Ed Elisa, seduta al suo scrittoio, una bella mattina, sulla fine del dicembre, mordeva lievemente la punta del suo artistico portapenne di tartaruga, pensando che ora doveva pure mantenere la sua promessa e parlargli di Roberto.
L'argomento era ingrato. Ella non sapeva come dirgli, nè come celargli che il giovane, da qualche tempo in qua, non aveva fatti grandi progressi nella perfezione, anzi.... Aveva lasciato apposta poco spazio nel foglio per non poter dilungarsi sul soggetto.
Depose la penna e sospirò.
Che peccato!... Non era un cattivo giovane. Non si poteva chiamarlo corrotto, nè perverso. Buono, dopo tutto, senza boria, franco, con una certa disinvoltura e molta semplicità. Si vestiva meglio assai, ora, aveva perso subito, comprendendone tosto il ridicolo, alcune abitudini di vita di piccolo centro. Dimostrava un certo tatto, non aveva fatto passi falsi. Nella cricca esclusiva, diffidente, della gioventù dorata, aveva incontrate amicizie ed il minor novero possibile delle prove inevitabili ad un novellino. Era presto diventato uno dei loro. Pietro Galigay gli dava del tu, Cosimo Acciajoli lo aveva raccomandato al suo sarto di Londra e Dino Follemare faceva spesso colazione con lui da Giacosa, dietro quella grande invetriata che dà sulla via Tornabuoni, di faccia a palazzo Strozzi, il che significava a tutta Firenze come Roberto Rescuati fosse stato giudicato favorevolmente dal più schizzinoso e serenamente medioevale di tutti i gentiluomini fiorentini. Di Rescuati si parlava con simpatia, senza derisione. Uomini e donne avevano poi espresso con mirabile accordo l'opinione che Elisa aveva sì coscienziosamente combattuta quando l'aveva udita esternare da Marcello Plana.
Tutti e tutte opinavano che Roberto era un bellissimo giovane.
Questa bellezza, sulla quale alcune signore trovavano argomento di profonde osservazioni estetiche, non colpiva guari la Contessa. Non negava nè l'armonia delle fattezze, nè quella delle forme; pensava talvolta, vedendolo, ch'egli avrebbe potuto servir di modello per qualche statua di Antinoo, per qualche ritratto di Narciso al fonte. Cioè, no... Narciso era vano e Roberto no... Questo no! decisamente no! Bisognava rendergli giustizia.
Riprese la penna e scrisse a Marcello Plana, come aveva promesso di fare, cioè sinceramente, sul conto di Rescuati. Gli disse che lo vedeva meno da qualche tempo, ch'egli frequentava molto la società dei giovani, poco quella delle signore, che, quanto al noto progetto, per ora non si potevano far pronostici.
Chiuse così il paragrafo riguardante Roberto. Avrebbe potuto prolungarlo, riferire una vaga diceria sul conto del giovane, e di una stella d'operette... diceria che qualcuno si era preso il divertimento di riferire a lei. Ma ella non l'aveva creduta e perciò non si credeva in obbligo di citarla. Oh Dio! una delle rondinelle dell'Augellin Bel Verde!... al Politeama. Impossibile!
Non accennò dunque all'Augellin Bel Verde, nella sua lettera a Plana, e credette di cader dalle nubi, quando nella pronta risposta dell'amico trovò una lontana sì, ma non dubbia allusione alle distrazioni musicali e drammatiche che il giovane provinciale aveva subito saputo trovare a Firenze. Ah! era vero, dunque!...