A proposito, doveva mantenere la sua promessa. Scrivergli di lui. Lo aveva fatto già, qualche volta... due, tre. Ma sempre con un lieve senso di contrarietà. Poichè, in coscienza, non poteva dargli splendide nuove del successo della sua missione. Ed egli rispondeva in un certo modo, così curioso! Stavolta però ella provò un subito desiderio di scrivere a Marcello Plana, di parlargli a lungo di quel suo indocile, ricalcitrante pupillo. Pensò a scrivergli dell'episodio del mattino. Si accinse a farlo, ma s'accorse, non senza una specie di sorpresa, che, mentre cercava il modo spiccio, geniale, svolazzante della relazione, questo modo per l'appunto pareva sfuggire di sotto alla sua penna. Provò, cancellò, tornò a provare... niente. Diventava una storiella da Vie Parisienne. Per scriver bene quelle storielle, bisogna ridere di cuore, scrivendole, ed ella non poteva.

Tra lei e il suo solito buon umore c'era il pensiero di Tecla e quello di Marina... il senso, la pietà degli affetti condannati all'inerzia, il disgusto delle piccole cause, delle piccole volgari tentazioni, della strettissima gora d'acqua stagnante, in cui affondano talvolta, incoscienti, noncuranti le non forti anime.

— Non posso — disse. — Scriverò un'altra volta. — E lacerò il foglio. Prese la Revue des Deux Mondes, si adagiò nella sua favorita poltroncina di velluto di Genova, e cominciò a tagliare i fogli di uno di quegli strani, dolci articoli di Renan sulle tradizioni bibliche e sulla vita degli Apostoli, quelle pagine ove l'autore sembra avere intinta la penna nella tavolozza sì umana e sì mistica a un tempo, del nostro Morelli.

Ma due o tre volte, dallo sfondo luminoso del grande paesaggio orientale, balzò fuori insistente, importuna, come un moscherino che penetri nell'occhio, l'immagine di una personcina snella, di una faccetta pallida di veloutine e di bianco mal tolto, con un cappellone impossibile e due immensi accroche-cœurs che tracciavano sulle tempie come due gran punti d'interrogazione. E l'Augellin Bel Verde calava, ridendo e strillando, dall'alto del drag, dove se ne stava Roberto colle quattro redini in mano e col gaio sguardo chinato su di lei.

VI.

Di ritorno dalla famosa gita, donna Marina Negroni salì direttamente in camera sua.

La cameriera venne a prestarle i suoi servigi. Ella lasciò fare, in silenzio, con una inerzia di tutto l'essere, che non le era solita. Quand'ebbe indossata la lunga vestaglia di flanella bianca, che metteva quando voleva rimanere sola nella quiete del suo appartamento, si diresse verso la sua lunga poltrona chinese. Ma, prima di adagiarvisi, si rivolse alquanto duramente alla cameriera, che rimaneva al suo posto in atteggiamento di attesa:

— Ebbene, che c'è ancora?

La Clelia aspettava gli ordini. A che ora doveva venire a pettinarla? Che abito comandava pel pranzo?

Allora soltanto Marina si rammentò. Infatti, gran pranzo di gala quel giorno in casa d'Accorsi: ci sarebbero i d'Urbino, un ex-ministro inglese di passaggio a Firenze, gli sposi d'Argovano e Sua Altezza il principe Luitpoldo Hetzengenfeld.