Pure, stavolta, le pareva più dura, più crudele delle altre delusioni! Forse perchè veniva appunto dopo tante altre!...

Non volle chiedere altro al suo pensiero. S'indignava già seco stessa d'aver tanto sofferto per una cosa che non doveva tornarle nuova. Ma era stanca, stanca di tutto ciò; non ne poteva più!

Scompose la sua inconscia posa di Saffo, e celò il volto fra le mani, mordendosi forte le labbra.

Balzò in piedi ad un tratto! Qualcuno, senza aver avvertito nè chiamato, stava per aprir l'uscio della sua camera.

— Non si può, — disse Marina con accento irritato e supponendo fosse la cameriera.

Ma un tranquillo — Son io, — la colpì di meraviglia. L'uscio s'aperse senz'altro. Non era la cameriera, era qualcuno che non soleva fare frequenti visite al terzo piano del palazzo, la duchessa Ginevra d'Accorsi.

— L'accoglienza non è troppo incoraggiante, per una persona che fa sei capi di scale per venirti a vedere. Bisognerà far mettere un ascensore anche da questa parte, a proposito!

La figlia accostò premurosamente una seggiola alla madre, che vi si lasciò cadere, guardando Marina con quell'espressione di freddo esame, che aveva per effetto immediato di rendere Marina più che mai cauta e padrona di sè stessa.

La giovane rimase in piedi silenziosa. La sua attitudine ora era pronta, vigile, difensiva.

A modo loro, quelle due donne si amavano. Nei tempi passati — quei tempi di estreme, di valorosamente dissimulate strettezze, il cui ricordo non pareva neppur possibile in casa d'Accorsi — la vedova Negroni aveva fatto molto, sofferto pure qualcosa, per tener seco la figlia, reclamata dalla famiglia del marito. Condizione sine qua non del suo matrimonio col duca d'Accorsi, che Marina fosse tenuta ed allevata in casa. E Marina non si era mostrata ingrata.