Roberto si sentì tolto un gran peso dal cuore. Comprese, una volta per tutte, che ella non l'avrebbe mai annoiato, come temeva, su quel proposito. Ah! che brava donnina, quella lì!
Si mise a chiacchierare, allegro, narrandole della sua vita, delle cose sue in quella maniera piana, semplice, senza pretesa alcuna, che gli era propria e colla quale, per una singolare dote di compensazione, egli suppliva alla mancanza di più brillanti facoltà discorsive. Non urtava mai le suscettività, anche appena accennate, d'altrui, ed evitava, come avvertito da un'intima cautela, tutto ciò che potesse tornar sgradito. Aveva molto tatto, assai più di quanto non paresse comportare la complessiva levatura del suo ingegno. Una maligna signora aveva detto di lui ch'egli era uno di quegli sciocchi che lasciano dire le sciocchezze alle persone di spirito.
La signora maligna diceva solo parte del vero; Roberto non era uno sciocco!
Quel giorno, forse per la contentezza di essersela cavata a buon mercato, forse per l'influenza combinata di quel tiepore pieno di quiete e di profumi discreti, il giovane si sentiva, colla Contessa, assai più ad agio di quanto nol fosse stato tempo addietro. Era alla mano, buona, semplice; gli chiedeva dei fatti suoi con un interessamento che, dopo tutto, egli non meritava guari!
Ella sapeva tante cose di lui, dei suoi primi anni. Gli rammentò un episodio di quel tempo, quand'egli, piccino, ostinato, aveva fatto una bizza tremenda per un certo dolce che la nonna non gli aveva permesso di mangiare a tavola. Risero, ricordando assieme il cuffione della nonna e un certo vecchio domestico di casa Rescuati, un vecchio originale, che rispondeva in versi ai comandi dei padroni. Oh, Dio, sì, così buffo... nevvero? Era morto, ora, da un pezzo.
Rovistarono a lungo, amichevolmente, nei ricordi del passato. A Roberto la cosa tornava naturale e non sgradita. E del paro gli tornava piacevole il parlare ad Elisa delle persone nuovamente conosciute, del soggiorno sì bene iniziato a Firenze. Di tutto ciò, il giovane era (come doveva essere) assai soddisfatto ed espresse la sua soddisfazione con quella semplicità di termini e quell'assenza di facoltà critica che gli erano speciali. Il giovane non era molto entusiasta, nè profondo nei suoi apprezzamenti; ma in essi era sincero, scevro al tutto di quella specie di timidità irritata che dà la coscienza della sproporzione fra la propria capacità di sentire e definire qualcosa e la necessità di presentare questa definizione, secondo l'aspettativa critica di chi ascolta.
La contessa Elisa faceva in petto le sue riserve su quella incondizionata ammirazione della vita fiorentina. Un momento, provò la tentazione di discuterla con Roberto, di lasciarsi andare sulla china ed esporre i suoi fini e delicati perchè. Ma un istinto indulgente, squisitamente buono, la trattenne. Perchè annoiare quel ragazzo, togliergli delle illusioni, se ne aveva? Era così raro di trovare una persona contenta dei fatti propri, erano così stucchevoli i giovani che si davano delle arie annoiate, disilluse, a ventitrè anni! Così non discusse, assentì e la conversazione non languì per questo. Non vivacissima, ma quieta, cordiale, si potrasse oltre il solito limite di una visita e Roberto si era appena alzato per congedarsi, quando un domestico venne ad avvertire la Contessa che il pranzo era pronto.
— Volete farmi compagnia? — disse questa a Roberto.
Egli si scusò, aveva realmente un impegno. Ma con una fiducia nuova, venutagli lì per lì, soggiunse:
— Se mi permette... un'altra volta.