Egli baciò, con un certo suo atto gentile di omaggio, la mano che cordialmente ella gli porgeva. Quei baciamani che insegnano ancora le vecchie nonne, in provincia. Poi il giovane se ne andò, assai più contento di quando era venuto.

Quando fu nella via, vide che non c'erano carrozze. Era venuta la sera e la neve calava tuttora, scaraventata da una brezza acuta e pungente, che investì il giovane sgradevolissimamente. Provò una subita tentazione, quella di tornare indietro, di rifugiarsi ancora presso quella signora così buona, con quel bell'abito da camera, in quel salottino così caldo e così ben rischiarato. Ma non cedette alla tentazione. Abbottonò con cura il soprabito, aperse l'ombrello e mosse in cerca di una carrozza, allontanandosi per la via, chiara di quell'albore speciale che dava tanta malinconia alla contessa Elisa.

***

Il fatto era vero e i commenti correvano, infiniti. Era accaduto un grosso guaio tra la duchessa Ginevra e il marchese Dino di Follemare. Egli non la seguiva più a cavallo, nè in legno alle Cascine. Lo si vedeva ancora la sera nel salottino bianco da gioco nel palazzo d'Accorsi o a Doney col Duca, ma con tutto ciò un freddo evidente esisteva nei rapporti del giovane colla famiglia. Egli era, a modo suo, assai malinconico, e sulla scipitezza fondamentale del suo bel volto si andava fissando una specie di perplessità dolorosa. Gli amici avevano bensì tentato di farlo parlare, ma Dino Follemare aveva sempre avuta una qualità, rara oggidì anche in chi dovrebbe avere il privilegio di essa: la discrezione nei fatti intimi e delicati del cuore.

Finalmente gli amici credettero d'aver trovato. Dino si era allontanato a cagione di ciò che tutta Firenze cominciava a vedere; l'assiduità sempre crescente del principe di Hetzengenfeld presso la duchessa Ginevra d'Accorsi.

Dapprima egli aveva solo annunziata una tappa a Firenze. In realtà, aveva avuta l'intenzione di svernare a Roma. Ma Firenze, la sirena, lo tratteneva e il dolore per la morte della virtuosa Principessa che aveva fornito dieci eredi al trono di Hetzengenfeld, cominciava a prendere un'attitudine più riposata. Non si può credere quale conforto andassero recando allo spirito abbattuto del Principe la discreta simpatia e le infinite risorse intellettuali della duchessa Ginevra d'Accorsi! Il sovrano viaggiava appunto allo scopo di distrarsi dal suo dolore. Agli occhi di una società che la Duchessa d'Accorsi aveva sì vittoriosamente addestrata ad esser testimone compiacente di tanti cambiamenti «a vista», il fatto della caduta del povero Dino non poteva suscitare estrema meraviglia. Se di qualcosa s'eran fatte le meraviglie, era piuttosto che la cosa fosse durata sì a lungo e malgrado tante piccole varianti (passeggiere, a onor del vero) dal lato della Duchessa. E certamente quest'ultima era una delle più brillanti fra le imprese di quella eccelsa signora. Una testa coronata, si ha un bel dire, è sempre una testa coronata, quand'anche, come quella del Principe regnante di Hetzengenfeld, rappresenti, nella sua caparbia esagerazione del tipo militare germanico, una lontana rassomiglianza con quella di un vecchio leone sdentato. Non era bello il Principe vedovo e i suoi cinquantasette anni suonati si accusavano, grevi nei forti solchi del volto e nella pinguedine floscia del corpo.

Con tutto ciò, non era d'aspetto spiacevole. I modi avevano una gravità altera, l'occhio tra grigio ed azzurro tradiva allo sguardo molto acuto una specie di dolcezza intima, un misticismo recondito ed austero. Egli era abbastanza istruito, un po' pedante. Si diceva che avesse condotta, in massima, una vita molto casta. Ciò faceva sorridere alcuni. Oh! la virtù tedesca, l'amore ufficiale, per decreto! Il retroscena delle Corti esemplari in Germania! Intanto però e in ogni caso, un po' di rivincita si iniziava a Firenze. E Firenze sogghignava, chiedendosi se un giorno o l'altro la Duchessa d'Accorsi, non avrebbe preso il volo, per andare a porre le basi di una pseudo sovranità sul modello di quella di Mad.e de Maintenon, meno il matrimonio, s'intende... almeno sino a nuovo ordine. Ma la duchessa Ginevra aveva ideato qualcosa d'altro pel futuro bene del Principato di Hetzengenfeld.

Dino Follemare aveva ricevuto un giorno un bigliettino di una ben nota calligrafia, che lo chiamava in una non meno nota località. Quivi il suo raziocinio era stato sottoposto ad una prova di fiducia, duretta anzichenò. Gli era stato proposto di non credere nè ai propri occhi, nè alle proprie orecchie e di trattare la vox populi come un vano strepito. Erano venuti in campo dei gran personaggi, la generosità, l'abnegazione, ecc. A capo di quel nobile drappello stava l'amor materno, armato di tutto punto. Ciò che richiedeva assolutamente l'avvenire di quella povera Marina, ciò che imponeva a lei Ginevra... il più duro, il più crudele dei sacrifizi... temporanei.

Il marchese Dino aveva durato una certa fatica per raggiungere l'alta regione di dovere e di sentimento in cui spaziava con sì ampio volo l'eloquenza materna della Duchessa. Era un elemento nuovo e del quale egli non aveva grande pratica.

Stava immobile, taciturno, ascoltando.