Egli tentò di sorridere, ma il suo volto tradiva ancora una riluttanza dolorosa.
— D'altronde... — disse allora quietamente Ginevra d'Accorsi — o questo o niente, figliuolo caro.
***
Dino Follemare non partì subito.
Non gli reggeva il cuore di abbandonare quel luogo, ove pure soffriva tanto. Da dieci anni ormai viveva buona parte della sua vita in quella casa e le abitudini, l'atmosfera di essa erano diventate le sue. Erano innumeri i legami che lo stringevano a quell'ambiente. Nel lusso largo, diffusivo della famiglia, nella preponderanza sociale della quale essa godeva, nell'impianto della splendida ospitalità famigliare, Ginevra d'Accorsi aveva messo il violento riflesso della sua energia e della sua formidabile personalità. A tutto dava impulso ed irradiazione; qualcosa del suo fascino insolente si era comunicato alle mura stesse del palazzo. Vivere fra quelle mura, nel calore di quella irradiazione, era, per un uomo della tempra del marchese Follemare, la sola cosa possibile. Senza di lei, lungi da quelle mura, la vita non aveva pregio alcuno, tutto era un approssimativo, una larva di esistenza.
Essa l'aveva preso così, tutto quanto, sin da otto anni addietro, nell'impetuosa sincerità di un violento capriccio dei sensi. Lo aveva tolto alla vita attiva, alla carriera militare, al matrimonio, alla famiglia.
Non solo coll'amore e colla colpa, ma con mille altri mezzi di possesso, ella aveva incatenato a sè quel bellissimo giovane, dall'animo mite, dall'intelligenza limitata, fedele per temperamento e gentiluomo sino all'esagerazione. Egli si era rovinato per lei, solo per non allontanarsi da lei, per non far macchia nello sfoggio opulento della sua sfera. Ridotti ora ad una diecina di mila franchi i già cospicui redditi di casa Follemare, Dino sapeva, per una di quelle misteriose facoltà che chiamerei volentieri segreti di razza, vivere ancora da gentiluomo, senza mancare ai doveri e alle esigenze delle sue speciali circostanze di fronte alla Duchessa. Era buono, ben voluto da tutti; alcuni avevano di lui una pietà ch'egli ignorava. Non si credeva infelice. Era completamente d'accordo col proprio destino. Non pensava all'avvenire, nè si rammaricava del passato. Avrebbe voluto vivere e morire così.
Quando si sparse la notizia della rottura (nessuno seppe mai come fosse avvenuta e chi ne avesse pel primo sparsa la nuova), ci fu nel pubblico la vaga attesa di qualche conseguenza. Ma nulla si produsse, non il più lieve scandalo. Allora fu un coro d'ammirazione per la Duchessa... s'intende! Che prudenza... che tatto, che profonda abilità di condotta! Certamente, il torto marcio doveva averlo lui. E, in ogni modo, che babbuino... lasciarsi «ringraziare» così... dopo tanti anni!
Una bella mattina, Neri Speroni andò a fare una visitina a Dino Follemare, nel Lung'Arno Acciaioli. Un appartamento di poche camere, ma squisitamente mobiliato ed adorno. Alcuni vecchi capi d'arte di famiglia, la raffinatezza dei gusti di Dino e gli eccellenti consigli della Duchessa, tutto aveva contribuito a fare di quel quartierino, pur lasciando intatto il suo carattere di dimora mascolina e di scapolo, un nido di rara eleganza. Gli amici trovavano sempre colà un'ospitalità cheta e cordiale e il ricordo dei gusti speciali ad ognuno di loro in fatto di liquori, bevande, sigari e sigarette.
Speroni, per esempio, amava il cognac e i panatelas. Davanti a lui, stava un vassoio con un bicchierino e una bottiglia del suo liquore preferito e il tepido salotto verde era già invaso dal fumo di un secondo di quei preziosi sigari, ma il giovane non aveva ancora trovato il destro di esaurire il mandato impostogli dalla curiosità universale.