In capo a due settimane, Dino Follemare si recò a casa d'Accorsi per fare la sua visita di congedo. Andava in Inghilterra, alla ricerca di un cavallo e di un fantino per le corse del venturo maggio.
Trovò la Duchessa sola, nel salotto nero e rosso.
Essa fece le meraviglie.
— Come! partite davvero?
Convien dire ch'ella avesse già scordato il consiglio datogli. Ad ogni modo, nei suoi occhi, dietro un velo di mestizia, ardeva un piccolo fuoco di gioia.
— Ho provato a rimanere — disse Dino — ma non mi è possibile.
Un tremore era nella voce di lui, una simulazione di tremore oscillò nelle parole della Duchessa.
— Oh Dino... che dolore!
La minima espressione di sentimento assumeva, in quella donna, un valore estremo, irresistibile.
Più che mai, in quell'istante Dino credette al sacrificio della madre. Non aveva a sua disposizione le frasi che avrebbe potuto suggerirgli quel convincimento. Pure, nelle sue poche, interrotte parole, Ginevra avrebbe potuto trovare quell'ospite sì raro nelle umane espressioni, un sentimento vero ed assoluto. Ma Ginevra sapeva da tanto tempo ormai che quel giovane la amava. Ed ella non lo amava più e mentre metteva nell'addio la seduzione che sapeva infallibile, mentre nel cuore di lui si assodava il convincimento che l'amore di quella donna lo avrebbe accompagnato dovunque, che lo avrebbe accolto, festante, al suo ritorno, nel cuore di quella donna tumultuava sola e spietata la gioia di un pensiero: