— Finalmente! Ah! finalmente!

Mentre scendeva lo scalone a capo basso e con una leggera nebbiolina sugli occhi, Dino si accorse ad un tratto che doveva ritirarsi per cedere il passo a due persone che salivano e ch'egli conosceva. Si ritrasse dunque e salutò profondamente. Erano due suore di Carità. Appartenevano ad un conventino del vicinato, poverissimo di mezzi propri e in gran parte sostenuto dalle pie liberalità d'un Comitato di signore, del quale Ginevra d'Accorsi era presidentessa. Più volte egli era andato a prenderla al Conventino.

Quando le due suore l'ebbero oltrepassato, egli si voltò per vederle ancora. Salivano con passo pari e misurato. Sul tappeto cremisi, che copriva i gradini, strisciavano i lembi delle stinte gonne azzurre. A seconda dei moti delle teste, tremolavano le falde penzolanti degli immensi cuffioni bianchi; i rosari battevano in cadenza, audibilmente, sui grembiali azzurri.

All'ultima mano di scale, Dino fece un altro incontro. Lentamente, sbuffando alquanto, il principe di Hetzengenfeld solo, senza il minimo aiutante di campo, si dirigeva al piano superiore. Veniva a far visita alla Duchessa.

Come aveva salutato le suore, così il marchese Dino di Follemare, traendosi in disparte, salutò colla voluta espressione di etichetta l'alto personaggio. Il Principe rispose con un saluto affabile e dignitoso. Una folla di pensieri passò turbinando nella testa del giovane, un misto di collera, d'odio, d'intimo trionfo. Attese ancora un istante, incosciente, immobile, sotto il peso dell'emozione indefinita che lo signoreggiava.

Poi scese.

VIII.

Elisa scriveva a Don Marcello Plana.

Non cercava le espressioni stavolta e mentre la penna correva veloce riempiendo un foglio dopo l'altro, un sorriso buono e lieto errava a sua insaputa sulle labbra di lei.

«Lo vedo più di frequente; credo ch'egli cominci a provare ormai la reazione della febbre di divertimento che l'aveva colpito nei primi mesi del suo soggiorno a Firenze. Del resto, era tanto naturale, alla sua età, nevvero? E poi, immaginate che cosa curiosa! Mi ha detto che i primi tempi gli mettevo tanta soggezione... Ho fatto finta di credere, ma credo che fosse semplicemente perchè si trovasse meglio altrove che in casa mia. Se vogliamo esser sinceri, un po' di colpa l'ho avuta io. Avevo delle idee troppo ambiziose, volevo avviarlo a modo mio. Ora mi limito a procurare che non si annoi, quando è con me; mi studio di parlargli di cose che possano interessarlo. Sulle prime duravo una certa fatica e dovevo fare dei grandi sforzi d'immaginazione, ma a poco a poco mi sono abituata e adesso ridereste sentendomi parlare animatamente di cavalli, di mode, anche di pettegolezzi. Roberto non ha una conversazione brillante nè profonda, ma un buon senso, raro alla sua età, non gli permette mai di dire nè una sciocchezza, nè una cosa urtante. Forse perciò è ben voluto da tutti e ha tanti amici. Infatti è sempre di buon umore. Credo che un po' si lasci vivere. A volte m'impazienta e a volte mi riposa stranamente lo spirito quella specie di spensieratezza gaia, irresistibile. Penso che dopo tutto è la gioventù, la sacra, la sincera gioventù!...