Nel silenzio tepido e profumato del salottino suonava monotona ed istancabile la voce di lui, narrando dei Fasti Medicei. S'era agli inizi del pontificato di Leone X e la Contessa, che aveva dato pochi giorni prima una ripassatina al suo Roscoe, si attendeva a sentirsi straordinariamente attirata. Amava ella quel tipo e quei tempi sì splendidamente lumeggiati dallo splendore d'un torrente di luce artistica. Pure, cosa strana, quel giorno doveva fare uno sforzo intimo per applicarsi interamente all'audizione.

Il Professore leggeva senza interrompersi, senza essere interrotto; i grandi eventi e i grandi nomi sfilavano altisonanti nel suono monotono delle sue parole. Ma un grande mazzo di fiori, di un bianco tenero, di un rosso languido, fresco come una epidermide di fanciullo, giaceva sciolto sul tavolino. Elisa era distratta dall'aspetto di quei fiori. Erano troppo vicini, troppo belli, così accatastati uno sull'altro, chiamavano irresistibilmente il suo desiderio e la sua mano! Avevano un'attrazione ineffabile di bellezza, erano così squisiti nell'arricciatura delicata delle pendule testine digradanti sino ad un voluttuoso morire del colore sui tessuti carnosi dei petali!... E dalle bocche misteriose celate nel cuore d'ogni fiore esalava un alito inebbriante, d'una violenza spietatamente suggestiva di sensazioni, che colla storia fiorentina non avevano assolutamente nulla a fare! Era un non so che d'aperti cieli, di calda primavera, di giardini ridenti. Era una carezza allo sguardo, una blandizia all'odorato, un senso indicibile di dolcezze vaghe ed indeterminate, così acute, così assorbenti, che la Contessa chiuse vagamente gli occhi in una specie di piccola estasi nervosa, senza avvertire che proprio in quel punto Monsieur Cholet, giunto alla fine del capitolo iniziatorio, si arrestava per riposarsi (ne aveva il diritto, poveretto!) e un poco anche nell'attesa di quelle fine parole di commento e di elogio che avevano bene spesso nelle pause delle precedenti letture sì dolcemente solleticato il suo amor proprio di autore.

A farla apposta, il capitolo era veramente interessante, uno dei migliori dell'opera. Ma che volete?... era così acuto l'odore dei giacinti, era così grata la Contessa al pensiero delicato del suo figliuolo!

Gli elogi ed i commenti, vennero, oh se vennero! E furono intelligenti, come il solito; anzi più del solito. Monsieur Cholet se ne andò; beato dei fatti suoi e veramente entusiasta di quella étonnante Comtesse!... Alla quale, però, per essere perfetta nell'estimazione dell'illustre autore dei «Fasti Medicei» (opera coronata dall'Accademia di Bruxelles), mancò da quel giorno in poi una cosa soltanto... ch'ella non patisse di distrazione. Oh, delle lievissime distrazioni... nulla più.

***

Nella corrente generale di simpatia che l'alta società fiorentina aveva sì prontamente manifestata a Roberto Rescuati, si andava da qualche tempo accentuando un'eccezione. Sacha Dzworoff non poteva soffrire il nostro eroe.

Il giovane russo era anch'egli, e da più antica data, ben visto e careggiato nei circoli eleganti. Ma la cosa era affatto diversa. Da Sacha si tollerava moltissimo, cose da far strabiliare; frizzi sanguinosi, capricci ed esigenze, che avrebbero bastato all'espulsione di qualunque altro frequentatore di quegli stessi salotti. Una intelligenza vivace ed originale, uno spirito pungentissimo e una straordinaria attitudine a braccare il ridicolo, dovunque stesse rintanato, rendevano talvolta pericoloso l'accordo di tacita indulgenza onde tutti erano prodighi per Sacha, indulgenza le cui fonti risalivano però ad una pietosa considerazione. Egli era malato di petto, condannato dai medici a corta scadenza e conscio della sua condanna.

Egli, che scherzava su tutti e di tutto, non risparmiava sè stesso nè il proprio destino. N'era un parlante programma il solo suo aspetto, la persona ridotta ai minimi termini, il pallor cereo della sua faccetta, la perpetua tosse che dilaniava l'esilissimo torace, la febbriciattola che lo assaliva ogni sera e che egli portava invariabilmente in piedi, colla reazione di un'altra febbre, quella d'un volere indomabile, ribelle ai consigli ed agli ammonimenti, sprezzante delle cupe minaccie di un peggioramento delle sue grame condizioni. Della sua prossima fine egli parlava con una disinvoltura canzonatrice, che aveva talvolta un valore di stoicismo filosofico e talvolta una grazia quasi cinica. Viveva frattanto intensamente, con una furia di attività, che palesava una lotta intima e disperata. Tornava dunque impossibile giudicare quel gaio infelice alla stregua universale. Era ricchissimo e le favolose ricchezze profondeva in ogni specie di modi, buoni e cattivi, in bagordi ed elemosine, ora con profonda intelligenza, ora con una carità inconsulta, senza fermarsi a discernere i parassiti dagli amici veri. Era così riboccante di vita il suo essere morale che la morte gli pareva nella sua minaccia un assurdo inammissibile e le immense ricchezze, un controsenso di più nella farsa tragica del suo destino. E così egli, motteggiandola di continuo, ne sfruttava la tetra anormalità. E nessuno osava punirlo, ed egli era a volte esasperato da quella pietà che invano cercava stancare ed in cui andava leggendo la conferma della sua condanna.

Roberto non gli era mai andato a versi.

Sacha aveva avuto, sulla visibile benevolenza che il giovane Rescuati ispirava alle signore, dei giudizi di un'acerbità squisita. Il Club tutto quanto aveva echeggiato a lungo delle risa ch'egli aveva suscitato, parlando dell'infelice foggia di vestire che Rescuati aveva poscia saputo abbandonare. Nessuna delle piccole inavvertenze commesse da Roberto per la mancanza di pratica in una società della quale egli cominciava a diventar famigliare, era sfuggita all'osservazione e ai mordaci commenti del Sacha.