Più volte aveva apertamente preso di mira Roberto coll'insidia di equivoche osservazioni, tentando di trascinarlo verso un terreno di motteggio, sul quale Rescuati avrebbe probabilmente toccata la peggio. Ma questi si difendeva a furia di semplicità e di cautela astensiva, attenendosi con fortuna a quel sistema di indifferenza dei fatti altrui che gli consigliavano del pari la bonarietà e l'egoismo dell'indole sua.

Sin dai primi tempi della sua dimora in Firenze e di fronte allo spettacolo di incredibile impertinenza che perennemente offriva Sacha Dzworoff, Berto Rescuati aveva candidamente espressa a Neri Speroni la sua meraviglia che nessuno avesse ancora trovato il tempo di dare un salato memento a quel piccolo calabrone nordico. Udito il perchè dell'indulgenza generale, non insistè sull'argomento e uniformandosi al prevalente andazzo, lasciò dire il piccolo russo, evitando di entrare con lui in polemiche o discussioni e non mostrando di avvertire la bizzarra antipatia che l'altro pareva invece farsi premura di addimostrargli in ogni plausibile e decente occasione.

Forse quell'antipatia aveva le sue fonti segrete appunto nel contrasto fondamentale di quelle due nature, nell'intima ribellione che eccita talvolta nell'animo del malato e del debole, l'aspetto di un vigoroso rigoglio di forza fisica. La manifestazione di questa forza era spiccata, marcatissima nella persona del giovane Rescuati. Egli era, a ventitrè anni, nel fiore di una splendida gioventù virile. In mezzo ai tipi effemminati, troppo raffinati dei suoi nuovi compagni, prodotti di una razza esautorata dalla mancanza d'incrociamenti e dall'inerzia dalla molle vita fiorentina, il nostro marchigiano spiccava assai favorevolmente, esemplare raro e non dubbio di una razza più resistente. In lui la visibile gentilezza del sangue non andava disgiunta dall'integrità di un vigoroso temperamento.

Si pensava involontariamente, vedendolo, ad uno di quei giovani Pari che cavalcavano al seguito di Carlomagno, sui campi da conquistarsi, e destinati ad esser guiderdone della forza di quei giovani prodi, ricompensa delle vittorie vinte in una lotta corpo a corpo, a colpi di spadoni giganteschi e di mazze ferrate, sotto il peso di quelle montagne di ferro che si chiamavano armature! E quando Sacha Dzworoff, quel gingillo di omiciattolo, sempre al tu per tu colla minaccia della bara, quel giovane che rideva, che mordeva per non pensare, si trovava accanto a quell'uomo sì bello, sì pieno di vita e di affidamento alla vita, a quell'uomo, la cui vecchiezza giungerebbe sì tarda e durerebbe sì lunga, mentre egli, suo coetaneo, sarebbe da tanti anni scancellato dal novero dei viventi, egli sentiva quasi di odiarlo, soffriva di un doloroso bisogno di tormentarlo. Provava un continuo sospetto della calma e dell'ostinato buon umore col quale Rescuati evitava ogni urto di parole, ogni occasione di discussione. Fosse pietà?... la terribile pietà ch'egli trovava sempre, così tenace, così insultante attorno a sè! Vedendolo, provava delle orripilazioni nervose, che Roberto ignorava serenamente.

Quella moderazione non era stata fraintesa dagli amici di Roberto e tutti l'approvano in lui, benchè alcuni maligni pretendessero, sotto voce, che molti dei frizzi di Sacha, Roberto li tollerasse anche perchè non gli apprezzava sufficientemente. Era, per gli sfaccendati, un vero divertimento il vieppiù stuzzicare i sentimenti di Sacha su quel proposito! La duchessa d'Accorsi poi, pareva essersene fatta una missione speciale. Al sarcasmo esacerbato di Sacha univa talvolta il suo, più moderato e più ambiguo. Per Sacha era un immenso conforto ogni visita in casa d'Accorsi. Di raro vi incontrava Roberto e sempre poteva sparlare di lui.

Una sera capitò, giubilante.

Gliel'aveva fatta a colui! Portata via, soffiata, proprio sotto il naso, una stupenda cagna Newfoundland... oh una bestia enorme, gigantesca, adorabile!

Per un caso provvidenziale aveva saputo che colui, l'Adone, si struggeva di comperarla. Figurarsi! Come se una bestia così intelligente dovesse aver l'umiliazione di appartenere ad un padrone così sciocco! Fortuna che quel tirchio era stato a tirar di prezzo e aveva indugiato un giorno. E lui... s'era preso il gusto di fargli trovare, l'indomani, un bel pugno di mosche!

A dir vero, oltre il gusto d'averla fatta all'Adone, Sacha s'ebbe quello d'esser bellamente giuntato dal canattiere che aveva odorato il puntiglio e vendutagli la cagna pel valore circa di un discreto cavallo. Nè questo fu il solo profitto di Sacha, il quale, volendo far stizzire «colui», annunziò che avrebbe trionfalmente fatta alle Cascine la presentazione ufficiale della cagna, da lui battezzata Vittoria. Ma giunto il giorno prefisso, il tempo era pessimo, pioveva e una tramontana orribile scuoteva le cime delle alte piante con dei lugubri ouh!... ouh!... Certo, il medico non permetterebbe a Sacha, di uscire quel giorno, al più verrebbe nel suo brougham. Ma che! All'ora fissa apparve la solita vittoria di Sacha coi cavallini bai. All'interno, al posto della signora, stava, tutta avvolta in un gualdrappone di piuma, la cagna, enorme davvero e bellissima, e al suo fianco il padrone infagottato in non so quante pelliccie di volpe azzurra, frammezzo alle quali sbucava fuori la faccetta pallida e maliziosa illuminata dalla gioia della celia.

Giunto al Piazzone, con quel po' po' di vento e di fresco, egli fece fermare la carrozza, presentò Vittoria agli amici, poi condusse tutti da Doney per un lunch d'onore alla cagna. Al trionfo non mancò che la presenza dell'umiliato avversario, Berto, il quale avendo dei polmoni modello, non s'era curato quel giorno di andarli a compromettere alle Cascine e si era invece tranquillamente recato a far visita alla contessa Elisa.