Sacha si divertì immensamente in quell'occasione, ma tornò a casa colla febbre e stette a letto quindici giorni. E Vittoria, ch'egli frustava a sangue per insegnarle delle grazie bojarde, gli scappò un bel mattino e il cocchiere, che sapeva dov'era, le serbò il segreto e la vendette poi ad un americano di passaggio a Firenze.
Ma il cattivo esito della prova non scoraggiò l'animosità di Sacha. Quand'anche avesse voluto mitigarla nell'animo suo, c'era sempre la Duchessa a rinfrescargli la memoria con mille punzecchiature.
— E così, Sacha... la vostra simpatia? Decisamente vi credevo più immaginoso! È vero che siete diventati Damone e Pizia, o i due fratelli siamesi?
E ciò indifferentemente, a quattr'occhi, o davanti alla gente, tanto che Sacha si arrovellava sempre più e avrebbe dato dei tesori per poter dar sfogo alla stizza che lo rodeva e che tutti si divertivano a fomentare.
Un giorno la duchessa si trovò sola con Sacha.
Egli era in uno di quei momenti d'estrema irritabilità nervosa che in lui solevano avvicendarsi a lunghi periodi di prostrazione. Stava muto, accigliato... soffriva.
— Ebbene, — diss'ella sbadatamente. — Cosa ne fate del vostro caro amico Rescuati?
Sacha scattò sulla seggiolina.
— Non me ne parlate. È un essere impossibile. Non c'è modo d'irritarlo. Quasi, quasi...
— Rinunziate? — interruppe Ginevra con una intonazione sì sottilmente beffarda che egli trasalì, come se avesse toccato un colpo di scudiscio.