Era sì brutta quella vecchia, sì arcigna, c'era nella occhiataccia data a quei due una sì stizzosa acredine di riprensione ch'essi si guardarono come due fanciulli colti in fallo e subito si trovarono a vicenda sì comici nel loro momentaneo sgomento che, per non cedere alla voglia simultanea d'un violento scoppio di risa, dovettero fare un vero sforzo. E si allontanarono.
L'incidente li aveva messi di buon umore.
Uscirono dal piccolo chiostro che dà in via degli Avelli.
Per un momento sostarono presso il lungo muro di cinta, incrostato di lapidi e di lastre di marmi bianchi e neri. Un gaio spettacolo si offriva ai loro sguardi.
La giornata era bellissima, serena, punto fredda e il cielo d'un vago azzurro chiazzato da nuvole bianche che non parevano annunciare nessuna cattiva intenzione. La piazza, che si chiamò a lungo bizzarramente di S. Maria Novella Vecchia e che è attualmente quella dell'Unità italiana, era inondata dal mite sole jemale. Dalle arterie delle vie Valfonda, Banchi, Panzani, Sant'Antonino e del Giglio, affluiva una corrente non interrotta di persone. L'elemento elegante non primeggiava in quella folla pedestre, composta visibilmente di popolino e di minuta borghesia. Ma la parte femminile di queste classi ama i colori lieti e le pennellate di tinte tenere o vivaci, e chiazzava luminosamente il suo percorso, riassumendosi in una sgargiante sinfonia di festoso colore. Costeggiando la folla, tentandola cogli allegri richiami delle fruste, batteva strepitoso il selciato un via vai di carrozzelle eleganti e pulite, spesso arrestate, colmate d'avventori e che ripartivano tosto con un ohe! trionfale dei cocchieri. Venditori ambulanti di torroni e di aranci aprivano tra la folla dei varchi segnalati da una nota ancora più spiccata di colori fiammeggianti e qua e là si alzavano nell'aria, trattenuti dalle cordicelle, riunite nella mano del venditore ambulante, i palloni di vescica rossi, verdi, azzurrini, che danzavano in alto, urtandosi lievemente, in una molle ridda di evoluzioni.
C'era in quello spettacolo qualche cosa che rallegrava gli occhi e il cuore della contessa Elisa. Ella si rivolse al suo compagno:
— Quanta gente e che bella giornata, nevvero?
— Sì, — rispose Roberto, senza entusiasmo alcuno. — Ella è avviata a casa? Mi permette di accompagnarla?
— Oh! figuratevi... Ma non voglio trattenervi; avete certamente qualcosa da fare. E... non vorrei rientrare subito. È così splendido questo sole e tutto ciò è così lieto!
La letizia di tutto ciò pareva riflessa sul suo volto, fresco, in quel momento, e sorridente come quello di una giovinetta.