Ella si nicchiò in carrozza ridendo, col senso di commettere una stramberia gustosa. Roberto salì al suo fianco. Era di buon umore anch'egli. Come le aveva detto, veniva appunto perchè gli faceva piacere di venire. Era il suo metodo, del resto; faceva sempre quanto gli accomodava di fare.
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Boboli non gli dispiacque. Non c'era troppa gente, benchè fosse di festa. E la Contessa era di un umore così lieto, era così simpatica quel giorno!... S'arrampicarono su, proprio sino in cima al viale coperto, là dove si trova la statua dell'Abbondanza. Solo quando furono in cima, egli s'accorse ch'ella ansimava un poco per la fatica della salita che avevano fatta un po' troppo rapidamente per lei.
Espresse il suo dispiacere. Era stato un gran balordo. Era andato così di corsa, senza pensare. Ma ella lo interruppe subito. Aveva in realtà provato in quella rapida corsa, fatta al fianco di quel giovane dal passo sì vibrato, sì elastico, una strana sensazione di incitamento al moto. Il senso di un'accelerazione del sangue, di una energia nuova deliziosa, correva in tutto l'esser suo. Le pareva di avere ritrovata l'integrità di una forza muscolare del corpo che ella ricordava ora come una delle sensazioni tutte proprie della sua gioventù: le lunghe passeggiate ch'ella soleva fare in campagna, leggera, svelta, instancabile, col bisogno di una reazione dopo le lunghe immobili dimore nella biblioteca di suo padre. Con un rapido gesto si tolse la veletta. La bianchezza dell'epidermide pareva essersi fatta più unita, più fusa sulle gentili fattezze, ed un roseo splendido e delicato si diffondeva sulle gote, dando agli occhi castani una lucentezza ed un risalto che li faceva sembrar neri.
Egli sedette ai suoi piedi per terra, in modo da poter veder lei e ad un tempo il panorama vaghissimo della città. Su questo fecero mille osservazioni, niente affatto sublimi, puerili anzi, meravigliandosi di quella distesa, del formicolìo di quella folla, che raffigurava tanti sciami di insettucci neri. Il sereno del cielo era scorrazzato da larghe nubi, che gettavano or qua or là sulla festante città, inondata dal sole, delle larghe chiazze d'ombra. Più giù, sotto i piedi di quei due, costeggiato a destra e a sinistra dal lungo viale di sempreverdi, nel suo isolotto colmo di piante, stava, gigantesco e bonario, l'Oceano del Gian Bologna.
Rimasero a lungo colà... senza avvertire che il tempo passava. Egli s'era un pochino allungato sul fianco, adagiandosi comodamente. Aveva gettato il cappello a terra e pareva completamente soddisfatto dei fatti suoi...
Non era nè stanco, nè vibrante come la Contessa.
Il suo volto aveva la mirabile freschezza rosea della gioventù. La Contessa ebbe ancora, guardandolo, l'impressione bizzarra di quel grosso mazzo di giacinti ch'egli stesso le aveva recati, il giorno in cui le era parsa così lunga la visita di monsieur Cholet.
Boboli non era affollato. Pochi salivano sino all'Abbondanza e quei pochi non davano noia a loro due. Passavano gettando su quel gruppo uno sguardo curioso ma scevro da pettegolezzo. Elisa e Roberto s'indugiavano nel piacere della quiete, d'una vaga contemplazione e di qualche chiacchiera indifferente per sè stessa, ma dalla quale traspariva la confidenza e l'intesa che s'era venuta rapidamente stabilendo fra loro, un'affettuosa e geniale intimità, a cui contribuivano del pari l'indulgente benevolenza della signora e la franca accettazione di quella benevolenza da parte di Roberto.
A un tratto, dopo una pausa di silenzio, la contessa Elisa ebbe, involontaria, incosciente, una piccola scossa del capo, che rispondeva ad un subito pensiero.