— Sì... sì... vedrete fra poco. Bisogna far presto, se vogliamo trovar giù una carrozza libera.

Egli si guardò d'attorno: — Allora, scendiamo pel viale; faremo più presto.

Si misero a destra pel viale ormai solitario. Il subito velarsi dell'atmosfera metteva una penombra fresca nel lungo corritoio verde in discesa, costeggiato da due pareti di foglie, sotto una volta di uguale contesto. Ai goccioloni d'avanguardia era successa una pioggerella regolare, minuta, di una tonalità quasi musicale, nella moderazione sussurrata del suo accento.

La discesa era piuttosto ripida. La Contessa rialzava con una mano la gonna che, un po' lunga, strisciava sul terreno. L'altra mano era impacciata dal manicotto, l'interno del quale era occupato dal fazzoletto e da un piccolo libro da messa, che minacciava sempre di scivolar via. Poi, c'era l'ombrellino, da reggere.

Roberto si fermò un istante.

— Permette?

Le tolse il libro da messa che mise in tasca, le tolse l'ombrellino, poi le porse il braccio, ch'ella prese senza esitare.

— Così... da brava, si appoggi.

Elisa passò il suo in quel braccio sì giovane e sì forte. Egli le teneva aperto sul capo il piccolo en tout cas e reggeva il suo passo nella discesa... La subita piova faceva sdrucciolevole il terreno; due o tre volte, la leggerissima calzatura di lei, urtando contro un sassolino, la fe' lievemente inciampare. Ma sempre il braccio di Roberto la sostenne, ed ella allora sollevava su di lui lo sguardo sorridente e grato. Ed egli ripeteva pure sorridendo: — Ma si appoggi dunque...

Erano vicini vicini, sotto il piccolo ombrello, che a mala pena riparava le loro teste. Egli avvertiva il leggero, appena percettibile profumo di violetta giapponese che usciva dall'interno del manicotto. E da quell'interno sbucava pure sino all'avambraccio una mano lunga, elegante, coperta di pelle di Svezia, che poggiava, leggera leggera, sul braccio di Roberto.