La duchessa d'Accorsi aveva dato il suo primo gran ballo della stagione subito dopo Natale e così splendidamente inaugurato il carnevale. Dino Follemare era tuttora in Inghilterra e il principe di Hetzengenfeld non accennava a partire. Era uno degli ospiti più assidui di casa d'Accorsi. Un fascino lo tratteneva evidentemente e nessuno discuteva questo fascino. Si era abituati ai miracoli della duchessa Ginevra.

Sui primi dell'anno ci fu, per occupare le buone lingue, un altro piccolo avvenimento, il matrimonio di Luciano Carisi. Delle nozze era stata consigliatrice ed auspice la duchessa d'Accorsi. Oh! ella aveva sempre protetto Luciano Carisi.

Da nove anni egli abitava a Firenze, in occasione d'un impieguccio conseguito. Era siciliano, piombato anzi dalla più lontana provincia del Mezzogiorno d'Italia.

Quando venne aveva vent'anni, era povero e poeta. Ma poeta davvero. La sua lira aveva delle corde vergini, vibrate, stridenti di un'armonia genuina e selvaggia. Egli stesso somigliava alla sua lira, colla sua strana originalità d'aspetto e di modi, con un nonsochè di attonito, di eccitato nella bruna, nervosa faccetta dal tipo Arabo. Quando la Duchessa lo conobbe, per mero caso, indovinò in lui un avvenire e le piacque avviarlo e farlo conoscere in un mondo ove egli non avrebbe certo mai creduto di poter penetrare. Stentava la vita col prodotto dell'impiego e col suo lavoro letterario. Scriveva versi ardenti, saturi ancora dell'ispirazione locale del suo paese, delle calde passioni popolari. Una specie di brutalità grandiosa e sonora scaturiva, come una bolla irruente, dalla maschia originalità di uno stile primitivo, ma robusto. Scriveva anche in prosa articoli di polso, pieni di poesia, illustrando storicamente la sua Provincia. Ma poco ne ricavava. Era altiero e male avveduto.

Le sue sorti mutarono quando la Duchessa si assunse caritatevolmente l'incarico di dare un più pratico indirizzo all'ingegno di quello ch'ella chiamava ridendo «il Figlio delle Selve.» Dire che l'opera buona non suscitasse qualche maligno commento sarebbe troppo asserire! Audace del pari tornerebbe l'asseverare che i maligni avessero tutti i torti... Certo è che una influenza pesò, benefica in un senso, deleteria nell'altro, sul carattere e sull'avvenire di quel giovane. Egli acquistò rapidamente disinvoltura, garbo, uso di società; imparò ciò che piace ai più, seppe ciò che lo spirito deve lasciarsi dietro come un bagaglio inutile, per correre più spedito sulla via del successo. La penna selvaggia, dagli acri vigori, si fe' gradatamente più gentile, più discreta, accettò l'innesto dell'articolo corrente in fatto d'arte e di modernità. La fiera, squillante lira del montanaro mise una sordina alle sue corde più vibranti. Queste si fecero sottili, argentine, il loro suono acquistò il timbro equivoco di un elegante cinismo stuzzicante. Il poeta e la sua musa divennero mondani, attillati, si tinsero d'un'ibrida tinta tra heiniana e d'annunziana che entusiasmò specialmente le signore. Il Figlio delle Selve divenne inappuntabile nei modi, si fe' quasi un gentiluomo. Era l'ospite obbligato di tutte le feste, di tutte le partite, i suoi volumi erano dedicati a parecchie fra le signore dell'Olimpo fiorentino. Ebbe delle avventure, dei duelli. Viveva da signore, dacchè gli editori lo pagavano bene. Imparò a distinguere gli amici utili da quelli che non lo erano, ad evitare i colleghi a cui il successo non sorrideva, a comporre commedie gentili, incipriate, che si recitavano nei salotti con immenso plauso e ch'egli metteva stupendamente in scena. Dirigeva i cotillons artistici della Duchessa, dava alle signore dei preziosissimi lumi quando l'annunzio di un ballo in costume metteva sottosopra tutte le teste e le vanità femminili, insomma la Duchessa poteva esser fiera dell'opera sua. Aveva trovato un ingegno reale ma ineducato, lasciava un ingegno ammansato, civilizzato, assai più utilizzabile. Aveva realmente diritto alla gratitudine «del Figlio delle Selve.»

Ma volle compiere l'opera sua.

Il giovane non lavorava più come prima. Il lavoro suo era attualmente meglio retribuito, ma egli non si contentava più della semplicità parca del tempo in cui egli era rozzo e non conosceva la duchessa d'Accorsi. La vita del giovanotto elegante è cara, carucci anzichenò i successi sicuri di un'operetta artistica, carissime poi le avventure, specialmente quando si tratta di persone per le quali deve essere naturalmente bandita ogni ignobile preoccupazione finanziaria. Egli s'era abituato ad un'esistenza signorile. Pur di continuarla seguì dolcemente, con mirabile abnegazione e libertà di spirito, i consigli della sua nobile protettrice. Chiese ed ottenne la mano di una giovane forestiera, sulla cui origine correvano voci poco favorevoli. Era bruttissima, ma assai ricca. E la Musa del poeta aveva d'uopo ormai ch'egli invocasse gli agi e le blandizie di una larga esistenza mondana.

La festa era stupenda quella sera in casa d'Accorsi e Luciano vi aveva condotta la sua fidanzata: una tedesca d'una bruttezza odiosa. Lo sposo era pallido, ma disinvolto. Molto del suo ingegno era diventato spirito ed egli ne faceva in quella sera un consumo straordinario.

Le sale erano stipate, ma tutto procedeva col mirabile ordine che aveva resi celebri i ricevimenti di casa d'Accorsi.

Il fiore della società fiorentina e forestiera sfilava per lunga fuga di sale illuminate con un eccesso di luce ch'era per sè sola una festa. Si ballava nell'immenso salone bianco e oro, la queue si formava all'uscio di destra, percorreva due sale processionalmente per giungere all'uscio parallelo a quello dond'era uscita e quivi sciogliersi nei meandri della danza, al suono dell'orchestrina celata nella galleria superiore in una nicchia di verdura. C'erano, quella sera, delle toilettes splendide, uno sfarzo insolito di gioielli; le signore, come le acconciature, erano fresche, non stancate ancora dai faticosi piaceri del carnevale. Una immensa prodigalità di fiori colmava gli angoli, i vani, quanto nello spazio era disponibile, senza ingombrare. E dovunque, nelle sale, nei salotti, nei gabinetti erano combinati recessi, nicchiette suggestive d'isolamenti, propri alle chiacchiere intime. Colà e in quei pressi, mentre la gioventù danzava sotto gli sguardi delle mamme e dei curiosi, si aggiravano coppie dall'andatura lenta, dai piccoli scoppi di risa represse, dai colloqui sommessi e sussurrati. Roberto, il quale errava senza ballare e coll'aria discretamente annoiata, sostò improvvisamente in uno di quei salotti.