— Tu?... — gridai — tu?

— Io... — rispose sorridendo e con volto dolce, indulgente. — Povera Ninì Montelmo, nevvero? Dapprima, non voleva morire. Si ribellò a lungo. La sua agonia fu lunga, stentata. Rammenti quanto era tenace, vigorosa in lei la vita personale... il sentimento del proprio essere? Pure, acconsentì...

— Ma come? — interruppi con impeto — come hai potuto...

— Non me lo chiedere.... Lo ignoro. Questo so, che raggiunsi lo scopo, perchè lo volli, perchè amavo Alano, perchè lo volevo felice, a qualunque costo.

Successe una pausa. Ella anelava alquanto. Ma subito proseguì:

— Volevo una completa metempsicosi. Volevo diventar lei... quella morta. Non mi limitai a rappresentare il personaggio, una parte di commedia non sarebbe bastata. Bisognava che mi tramutassi nell'esser suo, quale era stato. Recisi della mia vita tutto ciò che non era il mio intento, non pensai più al paese, al passato, agli affetti di Ninì Montelmo. Acquistai quanti ritratti potei trovare di quella donna, la copiai nelle sue acconciature un po' eccentriche, ne' suoi gesti, nelle attitudini descrittemi da chi l'aveva conosciuta. Lessi, rilessi, studiai a mente tutte le sue biografie, quanto i giornali avevano pubblicato sul conto suo. Seppi di una governante, vissuta lunghi anni con lei, e tanto feci ch'ella venne ai miei servigi. L'aveva molto amata. Grace Alloys era una di quelle donne che, anche senza volerlo, si fanno amare universalmente. Dall'affetto che le aveva poetato quella donna, dai suoi minuti e garruli ricordi, io ebbi tutte le nozioni giovevoli al mio scopo, essa fu il mio pubblico di prova, quando volli tentare il primo effetto della mia metempsicosi. E il giorno in cui ella, guardandomi attonita, commossa, mi disse che le rammentavo tanto la sua povera signora, quel giorno trionfai e piansi... piansi a lungo.

— E tuo marito — chiesi — non s'avvide?...

— No, non s'avvide. Guarì, e mi parve che a misura ch'io m'addestravo alla mia nuova parte, egli fosse più sollevato, meno oppresso dalla sua sventura. Cantavo di frequente ed egli me ne pregava talvolta. Osservai che a poco a poco egli tralasciò di chiamarmi per nome; diceva semplicemente: mia cara. Il nome di quella donna non varcò mai le sue labbra, ma egli non parlava mai dell'Italia, nè delle circostanze del nostro matrimonio. Gradatamente, tutto ciò che riguardava il passato venne meno nelle sue parole. Vidi che l'illusione sorgeva tacita, insinuante, attorno a lui... che lo cullava delle sue segrete dolcezze. Avevo prese tutte le abitudini della vita inglese, vivevamo con una grande intimità soli, nel solo presente, nell'orbita dell'illusione che entrambi alimentavamo, vivendola in silenzio, come in un sogno.»

La voce di lady Helvellyn s'era fatta debole ed inespressiva, pareva che ella stessa parlasse come in sogno e il suo sguardo aveva la fissità languida di quello di una persona che sta per addormentarsi.

Si scosse però tosto e un'espressione perplessa, quasi angustiata, mutò, ad un tratto, la sua fisionomia.