Scesi, e subito rivolsi il capo all'insù, per guardarla, per vederla ancora una volta. Ma ella aveva già lasciato il cassero.

Vecchia celia.

Il treno ripartì.

Sulla piattaforma della piccola stazione, la viaggiatrice, testè discesa da una carrozza di prima classe, rimase immobile, come incerta. Nessuno degli impiegati la conosceva. Era sola e non aveva bagaglio. Una borsa da viaggio ricchissima. Inglese, attillata la foggia della spolverina. Un ampio velo marrone le era calato sul volto non più freschissimo, ma fino ed affascinante. E, nel complesso della persona, come nel più minuto dei particolari, era in lei il marchio inimitabile della vera signora, la rivelazione di tutte le raffinatezze di un'esistenza finamente mondana.

Qualcosa pure, però, d'una stanchezza languida ed uggita.

S'avviò con lento passo verso l'uscita. Nel varcarla, chiese al bigliettario:

— Ci sarebbe una carrozza per recarsi in paese?

— Sì, signora. È venuto il vetturino. Guardi.

Davanti all'entrata esterna della stazione, stava infatti uno sgangherato calessino e un giovanotto sventolava, con un fazzoletto di cotone azzurro, i fianchi d'una vecchia cavalla, corsi da continui scotimenti nervosi, sotto le rabbiose punture delle mosche cavalline.

— Comanda, signora? — chiese alacremente il giovane, agitando lo scudiscio davanti a lei, che, nuovamente immobile, guardava la campagna circostante, come per orientarsi.