— Brava gente, sa... rispettosi, lavoratori. Tante persone pulite, fior di gente! Il prevosto, il coadiutore, il curato... C'era un certo Don Giulio, un po' vecchio ormai, ma ch'era sempre il maneggione di tutto. Famoso pei malati e per scongiurar le talpe. Corpo!... non c'era il compagno. Poi un curatino...
S'interruppe ad un tratto ed arrestò la cavalla.
— Guardi, signora. Di qui si vede bene. Quella è la villa.
Accennava, collo scudiscio, un'amenissima altura, e, a mezzo del pendio di questa, un vasto caseggiato signorile, attorniato da un ampio giardino. Un lungo viale di ippocastani finiva dinanzi al portone della casa, e davanti alla facciata meridionale di questa si stendeva un'ampia terrazza, cinta d'una balaustra di ferro leggiadramente intagliata e coperta di arrampicanti. I portoni serrati, le finestre chiuse tutte quante.
La signora si rizzò a sedere sui cuscini e fissò a lungo gli sguardi su quella villa.
— Bel luogo... eh!... — suggerì il vetturino. — Vedrà all'interno poi, che bellezza, che specchi, che mobili! Io veramente non ci sono mai stato; ma mio padre, che ci andava sempre per portar le lettere ai signori...
— Che! — interruppe vivamente la viaggiatrice — sareste mai il figliuolo del Gaspare?
Il vetturino si voltò, meravigliato.
— Per l'appunto. Ma allora, scusi..., lei ci è stata da queste parti?
La signora chinò il capo, con un fare svogliato e s'allungò sui cuscini.